“Carabiniere ucciso? Se avesse sparato sarebbe vivo ma sotto processo”

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Andrea Cecchini, presidente nazionale del sindacato Italia Celere, ragiona sul caso di Mario Rega Cerciello, il carabiniere ucciso a coltellate a Roma. “In pochi secondi dobbiamo decidere se finire in ospedale o in tribunale. E a volte succede che nell’indecisione si finisca ammazzati” denuncia.

“Davanti solo due strade”

“Finisce sempre così: il poliziotto o il carabiniere ha solo due strade davanti: se reagisce, andrà a processo; se non lo fa, lo spediscono in ospedale. Oppure all’obitorio” sostiene Andrea Cecchini, presidente nazionale del sindacato Italia Celere. L’agente della Celere è stato intervistato da Il Giornale riguardo al caso di Mario Rega Cerciello, il carabiniere ucciso a coltellate a Roma.

Cecchini afferma che i vertici non mettono i celerini “nelle condizioni”, ovvero, spiega: “Gli ordini sono sempre quelli di aspettare e farsi piovere addosso di tutto e di più. Subire e fare i pagliacci. Lo stesso vale per chi sta in strada, visto che non può estrarre la pistola se non in casi particolari. E abbiamo visto come va a finire”.

Il poliziotto dichiara quindi, a titolo di esempio: “Se due notti fa il carabiniere ucciso a Roma avesse sparato prima di ricevere le coltellate, ora sarebbe vivo. Ma sotto processo. In pochi secondi dobbiamo decidere se finire in ospedale o in tribunale. E a volte succede che nell’indecisione si finisca ammazzati”.

“Servono protocolli chiari”

Andrea Cecchini lamenta quindi il fatto che “in servizio in qualsiasi modo ci muoviamo, finiamo comunque dalla parte del torto. Se durante il servizio qualcosa va storto, iniziano le indagini, 10 anni di processi, soldi spesi in avvocati e magari perdiamo pure il lavoro”.

L’agente chiede quindi “protocolli chiari, leciti, legali e tassativi per gli interventi in fase attiva. E magari – conclude – assicurare i delinquenti alla giustizia”.