Carceri che scoppiano, in 5 giorni 100 detenuti. Il Garante: "Più misure alternative"

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Corridor of Prison with Cells (Photo: MoreISO via Getty Images)
Corridor of Prison with Cells (Photo: MoreISO via Getty Images)

A Brescia sarebbero disponibili solo 189 posti, ma in realtà sono reclusi 374 detenuti. A Grosseto la struttura è piccola, non più di 15 posti. Eppure scontano lì la loro detenzione 29 persone. E ancora, a Brindisi - nella Puglia che risultato essere la regione con i dati peggiori quanto a sovraffollamento - 190 detenuti condividono lo spazio che sarebbe destinato a 114, a Latina sono in 126 ad occupare una struttura che potrebbe contenerne non più di 77. Il sovraffollamento delle carceri, mai sconfitto del tutto, neanche durante la pandemia, torna ad assumere contorni seri. L’allarme è arrivato pochi giorni fa dal Garante dei detenuti, Mauro Palma, che ha sottolineato la necessità di implementare le pene alternative. Di fare in modo che sempre più detenuti con pene lievi, possano scontarle in un luogo diverso dal carcere.

Sui numeri è bene intendersi: siamo ben lontani dalle cifre pre-Covid. Secondo i dati del Dap, all’inizio del 2020 si sfioravano i 62mila detenuti, a fronte di una capienza di 50mila posti. Una serie di misure, necessarie per evitare stragi dovute al virus nei penitenziari, aveva abbattuto il numero. Al 3 gennaio 2021, ad esempio, i detenuti erano 53357. Il problema, però, è che, passata la fase più acuta della pandemia, le carceri stanno tornando a riempirsi. Il Garante segnalava il 29 ottobre segnalava 54.240 detenuti. Ma quel dato è già da considerarsi sottostimata: “Monitoriamo costantemente i dati da questi possiamo vedere che in soli 5 giorni, dalla data del comunicato ad oggi, i detenuti sono aumentati quasi 100 unità. Sono in tutto 54.336. Notiamo un aumento lento ma progressivo, ed è proprio questa tendenza che ci preoccupa. Vogliamo che sia mantenuta alta l’attenzione”. I dati sono molto disomogenei, variano in base alla regione, all’istituto, addirittura a volte in base al singolo reparto. Ma indicano un graduale ritorno alla normalità. Dove, però, il termine normalità tutto ha fuorché un’accezione positiva.

Sebbene le cifre non siano ancora da allarme rosso, il Garante mette nero su bianco la sua preoccupazione. E una serie di richieste: “L’aumento riguarda anche le persone ristrette per pene inflitte (non residue) molto brevi, inferiori a 3 anni - si legge nel comunicato - oggi sono detenute in carcere per scontare una pena inferiore a un anno ben 1211 persone, altre 5967 per una pena da uno a tre anni”. Questo elemento, spiega Palma, “da solo risponde a coloro che affermano che in Italia nessuno è in carcere per pene così brevi”. Il Garante, quindi, chiede che chi ne ha la competenza si attivi per fare in modo che chi dovrebbe stare in carcere per poco tempo, possa trovare nuove forme di detenzione. Il nuovo aumento dei ristretti, conclude Palma, è un segnale che dovrebbe far riflettere magistrati, politici e amministrazione penitenziaria “affinché vi siano volontà, rapidità nelle procedure e risorse che permettano di affrontare con modalità alternative – e certamente socialmente più utili – pene di così lieve entità”.

L’indirizzo del Garante è chiaro, ma come si può attuare? E, soprattutto, esiste un modo per fermare, nel giro di poco tempo, la ripartenza del sovraffollamento? All’orizzonte non si vedono interventi immediati, come quelli che auspicherebbe Gianpaolo Catanzariti, responsabile dell’Osservatorio carceri delle Camere penali: “Basterebbe disporre una liberazione anticipata speciale, aumentando lo sconto di pena da 45 giorni a 75 giorni a semestre”. Già questo aiuterebbe a prevenire il rischio di carcere troppo piene. “Il fatto che il numero di suicidi sia aumentato - ricorda Catanzariti - ci dà la cifra di quanto sia drammatica la situazione. È molto probabile che, finito lo stop agli ordini di esecuzione delle condanne, il sovraffollamento tenda ad aumentare. Ciò dipende da tanti fattori, uno di questi è il non aver voluto in passato dare seguito alle riforme che ci venivano chieste, anche da organismi internazionali. Siamo sempre stati il Paese in cui, invece di pensare a una diversa applicazione della pena, si è fatto a gara tra chi voleva introdurre nuove fattispecie penali”. E nuovi reati, ormai l’abbiamo imparato, vuol dire più detenuti.

Se nell’immediato non c’è nessuna misura straordinaria in cantiere, molte cose potrebbero cambiare grazie alla riforma del processo penale. Sarà ampliata anche la cosiddetta tenuità del fatto: aumenteranno, cioè, i casi in cui non si considererà punibile un fatto lieve compiuto da un incensurato. Nulla di immediato, ma non potrebbe essere diversamente: la riforma è diventata legge a metà ottobre e da qualche giorno sono state istituite le commissioni che dovranno fare i decreti delegati. Una di queste dovrà lavorare proprio sulle misure alternative al carcere, che dovrebbero essere implementate. Del resto, la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, lo ripete spesso: pena non significa necessariamente carcere. Per i decreti attuativi, e quindi per la messa in pratica di questa idea di pena in maniera sistematica, dovrà passare ancora del tempo. Qualche mese, a voler essere ottimisti. Un segnale, però, arriverà già oggi. La Guardasigilli proprio in queste ore, infatti, sta siglando un protocollo con il ministro della Cultura, Dario Franceschini, per “la tutela del patrimonio culturale attraverso il coinvolgimento della amministrazione penitenziaria”. In sostanza, spiegano dal ministero, persone che hanno commesso reati non particolarmente gravi potranno svolgere lavori di pubblica utilità, nell’ambito dei beni culturali, senza quindi dover entrare in carcere. Non è certamente una misura universale - il programma riguarderà un numero limitato di autori di reato - ma è un segnale che indica che una strada diversa dalla reclusione classica può esistere. E va tracciata.

Qualcos’altro a legislazione invariata potrebbe comunque essere fatto: le norme già pienamente operative prevedono la possibilità di dare misure alternative al carcere a chi sta scontando pene lievi. Dalla carta alla pratica, però, il passaggio non è sempre automatico, intanto perché la misura non si può applicare per tutti i reati e poi perché esistono casi in cui il detenuto avrebbe tutte le carte in regola per uscire, ma non ha un posto dove andare. Non sempre gli enti locali e le associazioni riescono a risolvere problemi di questo tipo e proprio per questo, nella fase più acuta della pandemia - quando in via Arenula c’era ancora Alfonso Bonafede - erano stati destinati 5 milioni di euro a questo scopo.

Non è solo il ritorno del sovraffollamento ad agitare gli animi degli operatori della giustizia. Dal sindacato di polizia penitenziaria Uilpa arriva un j’accuse sulla manovra. “Le carceri e il Corpo di polizia penitenziaria vengono totalmente ignorati. In particolare, niente è previsto per i detenuti affetti da patologie psichiatriche, nessuna risorsa viene stanziata per le infrastrutture e il lavoro carcerario, nulla di nulla viene appostato per l’ordinamento, gli organici e gli equipaggiamenti della Polizia penitenziaria. Tutto questo è inaccettabile”, spiega in una nota il segretario generale Gennarino De Fazio, augurandosi che il Parlamento rimedi a queste mancanze che, dice, “condurrebbero il sistema penitenziario al totale disfacimento, sulla pelle di operatori e detenuti”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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