Carceri, giustizia. Ma non era un'“impellente urgenza”?

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01/10/2012 Napoli, Carcere di Poggioreale, celle di sicurezza (Photo: Gennaro GiorgioGennaro Giorgio / AGF)
01/10/2012 Napoli, Carcere di Poggioreale, celle di sicurezza (Photo: Gennaro GiorgioGennaro Giorgio / AGF)
(Photo: Maurizio Siani via Getty Images)
(Photo: Maurizio Siani via Getty Images)

(di Valter Vecellio)

Ci sono brani del Vangelo che valgono per tutti, credenti o no che si sia; uno è il passo dove Matteo parla dell’affamato, che ha avuto da mangiare; dell’assetato, che ha avuto da bere; del forestiero, che è stato ospitato, vestito, curato; del carcerato, “e siete venuti a trovarmi”. Segue il “messaggio” preciso, inequivocabile: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli, l’avete fatto a me”. A me figlio di Dio, per chi crede; a me “prossimo” ma anche te stesso, per chi non ha fede.

Ci voleva papa Francesco: quest’uomo, venuto da “quasi la fine del mondo”, sulla scia di quanto invocato da un suo predecessore, Giovanni Paolo II, decide, in prossimità delle feste natalizie, di incontrare gli “invisibili”; coglie l’occasione per affrontare temi cruciali. Dalla violenza alle donne al sovraffollamento delle carceri: ”È tanto, tanto grande il numero di donne picchiate, abusate in casa, anche dal marito. Il problema è che per me è quasi satanico, perché è approfittare della debolezza di qualcuno che non può difendersi, può soltanto fermare i colpi. È umiliante, molto umiliante″. E poi l’altro suo tema assillante, le carceri: ”Il sovraffollamento delle carceri è un muro, non è umano! Qualsiasi condanna per un delitto commesso deve avere una speranza, una finestra. Un carcere senza finestra non va, è un muro”. E in risposta alle domande di un ex ergastolano che racconta anche l’esperienza della pandemia in carcere: “Una cella senza finestra non va. Finestra non necessariamente fisica, finestra esistenziale, finestra spirituale. Poter dire: “Io so che uscirò, io so che potrei fare quello o quell’altro”. Per questo la Chiesa è contro la pena di morte, perché nella morte non c’è finestra, lì non c’è speranza, si chiude una vita”.

È una presa di posizione vigorosa, che dovrebbe scuotere chi, nelle istituzioni, ricopre incarichi di responsabilità: spronarli, spingerli a intervenire, provvedere. Chissà che anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in quello che sarà il suo ultimo messaggio di fine anno al Paese, non ritenga necessario, opportuno, richiamare l’attenzione di tutti e di ciascuno, su questa emergenza “invisibile”.

Voltaire e Dostoevskij sostengono che se si vuole misurare il grado di civiltà di un Paese si deve guardare in che condizioni si trovano le carceri. Se questo è il metro, la situazione, per quello che riguarda l’Italia è davvero sconfortante. Lo sanno bene i radicali che ciclicamente, e anche di recente, visitano le carceri; lo sa bene “Nessuno tocchi Caino”, che anche quest’anno ha tenuto il suo congresso dentro un carcere, quello milanese di Opera. Lo sa bene Rita Bernardini che da un paio di settimane conduce un silenziato e ignorato sciopero della fame. Non lo sanno tutti coloro che guardano le televisioni pubbliche o private che siano: non una notizia, un’inchiesta, un approfondimento, un dibattito; anche solo per dire che sbagliano tutto e che così non si fa e non si deve.

Tuttavia il numero di detenuti continua a eccedere la capacità degli istituti, e rende il sovraffollamento una vera e propria emergenza. Da questo punto di vista l’Italia vanta il risultato peggiore: oltre 120 detenuti ogni 100 posti disponibili, superato negativamente solo da Cipro. Il Covid poi ha aggravato, se possibile, la situazione, e accade che in molte carceri i detenuti hanno a disposizione meno di quei già miseri 4 metri quadrati di spazio pro capite, soglia minima indicata dal comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti.

Questa è una delle eredità che il 2021 lascia al 2022. Un’ “impellente urgenza, la definì, anni fa il presidente Giorgio Napolitano in un messaggio al Parlamento. Sono trascorsi più di sette anni, da quell’appello-denuncia. L’impellente urgenza continua a restare tale.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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