Il Cardinal Martini, l'accanimento terapeutico e il testamento biologico

Carlo Maria Martini è morto. Malato da tempo di parkinson, le sue condizioni si sono aggravate nelle prime ore della giornata di venerdì ed è poi giunta la notizia del decesso.

Il cardinale verrà sicuramente rimpianto da molti, cattolici e non. E chi lo conosceva, non solo personalmente ma anche a distanza, attraverso le sue parole e quel che ha fatto in vita, non sarà senz'altro rimasto sorpreso dal fatto che abbia rifiutato l'accanimento terapeutico.

La notizia era stata diffusa in mattinata da Gianni Pezzoli, il neurologo che lo aveva in cura, e che aveva annunciato che il Cardinale non era più in grado di deglutire cibi solidi o liquidi, lasciando presagire quel che sarebbe successo poco dopo.

In vita, sulla spinosa questione dell'accanimento terapeutico e dunque, in seconda battuta, sull'eutanasia (per chiarire le posizioni correnti della dottrina cattolica, la Chiesa si oppone ad entrambe le questioni, ma l'opposizione all'eutanasia è quella più sbandierata mediaticamente, quella che prevale), Martini si era pronunciato così: «La crescente capacità terapeutica della medicina consente di protrarre la vita pure in condizioni un tempo impensabili. Senz’altro il progresso medico è assai positivo. Ma nello stesso tempo le nuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona».

Una posizione chiarissima, che proseguiva nel dialogo con Ignazio Marino (raccolto nel libro Credere e conoscere), in questi termini: «Il punto delicato è che per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti».

Infine, la questione più importante, quella che probabilmente più si discosta da certe posizioni oltranziste che la Chiesa ha mostrato su vicende recenti, quali quella di Piergiorgio Welby: «Non può essere trascurata la volontà del malato». Una frase importante, chiara, semplice, sintetica, che riassume, in sostanza, l'esatto contrario di quel che si sostiene negli ambienti più integralisti. E anche sull'eutanasia, Carlo Maria Martini aveva una posizione assolutamente controcorrente, rispetto alla curia: «Non si può mai approvare il gesto di chi induce la morte di altri, in particolare se si tratta di un medico. E tuttavia non me la sentirei di condannare le persone che compiono un simile gesto su richiesta di un ammalato ridotto agli estremi e per puro sentimento di altruismo, come pure quelli che in condizioni fisiche e psichiche disastrose lo chiedono per sè».

La morte di Martini dopo l'annuncio del rifiuto di cure non necessarie e le sue prese di posizione in vita, si inseriscono senz'altro nel dibattito milanese (in particolare, ed italiano più in generale), città a cui Martini è stato legato fin dal 1979: il 29 dicembre di quell'anno fu eletto arcivescovo del capoluogo meneghino.

Infatti, il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia vuole introdurre in città una Carta dei diritti del malato che prevede anche l'introduzione di un registro per il "fine vita". Tradotto in termini meno edulcorati, il testamento biologico. Ovvero, l'espressione dell'individuo delle «proprie volontà rispetto al rifiuto dell'accanimento terapeutico e del prolungamento forzato della vita in condizioni di coma irreversibile o di disagio estremo» (art. 13 della carta).

La medesima possibilità è già prevista a Torino (dove è necessario essere accompagnati da un fiduciario), a Livorno, a Modena e a Palermo. Del resto, sono le stesse posizioni espresse dal Cardinal Martini. E quindi, se sono valse per lui, devono poter valere, secondo logica, per qualsiasi persona, anche la più umile e meno illustre.   

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