Carina, la ragazza che non voleva morire

Una giovane danese si risveglia a un passo dalla dichiarazione di morte cerebrale: un caso eclatante che fa discutere

La giovane danese Carina Melchior aveva poco meno di vent'anni quando, per un terribile incidente stradale, finì in un coma apparentemente irreversibile. Sembrava che per lei non ci fosse nulla da fare e che l'unica speranza di 'farle vivere ancora' fosse donare i suoi organi ad altre persone. Poi però, pochi minuti prima di subire l'espianto, all'improvviso, Carina aprì gli occhi e tornò alla sua vita di prima, mandando però a carte e quarantotto decenni di dibattito e polemiche sul fine vita.

Il suo caso, che sconvolse la Danimarca un anno fa, continua a far discutere ed è stato anche al centro di un documentario televisivo visto da quasi due milioni di persone.

Una vicenda che ha commosso il mondo ma anche provocato un terremoto in Danimarca, che coinvolge direttamente i medici e la struttura ospedaliera di Aarhus, aprendo interrogativi sulla preparazione e dirittura morale di chi, parlando della persona che più amiamo al mondo, ci dice 'è finita, stacchiamo la spina'.

Il risveglio di Carina, non a caso, ha fatto scoppiare un profondo diverbio tra la  tra la famiglia, che parla di un erroreche solo per un fortuito caso non è costato la vita di loro figlia, e i medici che fanno quadrato e derubricano la vicenda a un errore di comunicazione, un malinteso esacerbato dal dolore dei parenti della giovane.

Un quadro già penoso in sè, nel quale però non mancano le dietrologie e il sospetto che la 'fame' di organi dell'ospedale danese avesse portato i medici a liquidare con poco le condizioni di Carina, che ora, più che per miracolo, è viva per caso.

Angela chiusa in casa per un ascensore rotto da 30 anniAngela 41 anni, dall'età di 26 è costretta a stare su una sedia a rotelle. Cinque anni in coma a causa di un'emorragia celebrale e poi pian piano, una lenta guarigione. Ora riesce a parlare, usa il computer e grazie all'amore dei suoi familiari, di mamma Antonietta in particolare, è ritornata ad avere una vita quasi normale. Quasi normale perché dove vive, al quarto piano di questo stabile nel quartiere di Secondigliano, da circa trent'anni non funziona l'ascensore. Abita in un alloggio popolare del comune di Napoli, la cui manutenzione è affidata alla società Romeo, proprietaria di un immenso patrimonio immobiliare in città. A cui il compito di provvedere anche a tutti quei lavori ordinari e straordinari per la sicurezza dei fabbricati. Ma nonostante, denunce, reclami e una situazione di enorme disagio, l'ascensore resta lì immobile. Per continuare a fare le terapie la madre è costretta a pericolose manovre con la sedia, col rischio entrambe di farsi male. Se non fosse per la generosità dei vicini, sarebbe obbligata a restare tra le quattro mura di casa. A portare avanti la battaglia per aiutare Angela, è il comitato unioni inquilini case popolari, che da anni denuncia lo stato di abbandono di molti alloggi e le precarie condizioni di chi vi abita.

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