Carne halal a scuola: quant’è difficile l’integrazione

carne halal a scuola

In sé, è una piccola storia. Una notizia da poche righe, su Notizie.it e altrove. A Mestre alcuni genitori bengalesi hanno fatto richiesta che ai loro figli, appena iscritti a una scuola elementare, venissero servite, in mensa, carni halal: vale a dire lecite per un musulmano. E cioè non di suino, ma soprattutto macellate secondo le prescrizioni islamiche.

Vale la pena di spiegare cosa voglia dire “macellate secondo le prescrizioni islamiche”: l’animale deve essere cosciente, non stordito, non sedato. L’uccisione deve avvenire tramite un taglio della giugulare che provoca il totale dissanguamento della vittima posta in genere a testa in giù. E il tutto deve essere benedetto pronunciando il nome del Dio.

Naturalmente non tutti i musulmani osservano rigorosamente queste prescrizioni, e alcuni ritengono che basti pronunciare il nome di Dio prima di consumare cibi non proibiti ma nemmeno preparati secondo le regole per sentirsi assolti. Ma più le comunità islamiche sono numerose, e coese e controllate in genere dai più stretti osservanti della regola, più il controllo reciproco e la spinta a conformarsi alle consuetudini è forte.

E questo spiega la presenza di tante macellerie islamiche nelle nostre città. E spiega la richiesta avanzata a Mestre, dove scuola e provveditorato hanno risposto suggerendo che i bambini scelgano un menù vegetariano, non essendo in grado la scuola di fornire carne macellata halal.

E anche qui va spiegato meglio: è giusto che ogni scuola provveda a comprendere nel menu alternative alla carne di maiale, ma obbligare tutti a mangiare carne halal o predisporne per una minoranza (anche se in realtà i bambini di origine straniera in quella scuola sono il 60%) diventa complesso.

L’Italia è uno dei paesi, con Francia, Germania, Spagna, che ha colto subito la deroga concessa dall’Unione Europea al regolamento teso ad evitare inutili sofferenze agli animali. Deroga concessa a chi adduce regole religiose per comportarsi diversamente.

Nel nostro paese la macellazione rituale – quella islamica è simile a quella ebraica, ma è la spinta all’osservanza a essere diversa – è consentita a patto che avvenga in luoghi controllati e controllabili: i duecento macelli rituali, che ovviamente non sono in grado di soddisfare la domanda.

Probabilmente anche se a Mestre si decidessero ad accontentare i genitori bengalesi, sarebbe complicato farlo. C’è una morale in tutto questo? Sì, e ci dice quanto sia complicata non solo la macellazione – ci commuoviamo giustamente per un delfino spiaggiato, ma molto meno o niente per un kebab costruito su primitive sofferenze – ma l’integrazione. Che non è solo andare a scuola, o parlare l’italiano, o lavorare e guadagnarsi il pane dignitosamente. Che non è neppure solo – ma questo sarebbe già molto – considerare i diritti della donna come intoccabili o le preferenze sessuali degli adulti come libere scelte. Ma è accedere a quel sottile disincanto laico che accompagna, nel bene e nel male, l’Europa di oggi.

Le norme religiose appartengono alla coscienza intima di ogni singolo: sei per l’accanimento terapeutico ed escludi qualcosa che assomiglia a un fine vita assistito ? Hai tutto il diritto di comportarti seguendo le tue norme, ma non hai il diritto di imporle ad altri. Il multiculturalismo non è solo suoni e profumi esotici, ma anche valori e disvalori diversi. E l’Islam dell’osservanza, che fatica a convivere con le democrazie liberali, con il relativismo occidentale, con la sacralità dell’individualismo delle nostre culture, è un interlocutore riluttante: accogliere ed essere accolti è facile, integrarsi ed integrare molto meno.