Caro Travaglio, se sul caso Burzi è menzogna, allora sì, mento...

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(Photo: FACEBOOK Roberto CotaANSA)
(Photo: FACEBOOK Roberto CotaANSA)

(Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Valter Vecellio, attivista, politico e giornalista)

Stellarmente lontano dalla “filosofia” che anima “Il Fatto quotidiano”, non c’è mattina che non ne acquisti copia; non c’è mattina che non sia o il primo, o il secondo, massimo il terzo giornale che sfoglio e compulso: quasi sempre in dissenso con il suo direttore Marco Travaglio, che tuttavia ammiro per la straordinaria capacità di lavoro, la memoria, l’acribia, l’indubbia organizzazione e “tecnica”, e anche le “fonti” di cui dispone (un po’ meno per l’attitudine a calcare la mano su difetti fisici di chi prende di mira; ma in questo è in nutrita compagnia). Sono parimenti intrigato, per citare due soli nomi, dalla perizia analitica di Antonio Padellaro: che si avventura nelle complicate vicende politiche italiane, e le tratta con sottile, perfida ironia. E poi il mio amico Furio Colombo, di cui invidio i “saperi”, le ramificate conoscenze e le fascinose amicizie; la capacità di collegare tra loro una quantità di punti, e ricavarne mirabili trame; ha festeggiato da poco 91 anni e conserva una straordinaria curiosità e attenzione per le cose che lo circondano.

Epperò… Cadono, letteralmente le braccia, nel leggere la telegrafica risposta del direttore a un lettore che scrive del caso di Angelo Burzi. “Aveva patteggiato”, annota Travaglio, “la pena di un anno di reclusione, definitiva. Poi nel secondo appello gliene hanno aggiunti altri due per episodi diversi. Chi parla di innocente perseguitato non sa letteralmente quel che dice, oppure mente sapendo di mentire..”. Poche parole, da cui trapela un cinismo, e s’indovina una punta di disprezzo che sgomentano.

Dicono che tra le tante, ci siano due “regole” non scritte per far bene il giornalista: essere duri di cervice; essere duri di cuore. A costo di non essere un buon giornalista (e forse è segno di anni che cominciano a pesare), per quel che mi riguarda, della seconda presunta “regola”, cerco di fare a meno.

Burzi, 73 anni, torinese, consigliere regionale del Piemonte di Forza Italia, sceglie, per togliersi la vita, la vigilia di Natale. Una intera vita in politica avrebbe dovuto temprarlo, corazzarlo alle temperie che questa scelta comporta, può comportare. Non a sufficienza, evidentemente, come non pochi altri simili casi dimostrano. Del resto, una sentenza d’appello che dopo dieci anni, capovolge un’assoluzione in primo grado “per l’insussistenza del fatto” alla quale si era giunti dopo due anni di dibattimento in aula, può lasciare un segno più che profondo.

Mente, non conosce i fatti, l’Unione delle Camere Penali, quando in una sua nota osserva: “Restare prigionieri di un’accusa e di un processo per dieci anni è una barbarie, qualunque sia l’accusa, qualsiasi siano le responsabilità. Restarlo dopo essere stati assolti in primo grado ‘perché il fatto non sussiste’ aggiunge infamia alla barbarie, e non è da tutti riuscire ad accettarla. Burzi non c’è riuscito. Tutto qui, tragicamente semplice nella sua evidenza”. Mente, non conosce i fatti, l’ex procuratore Carlo Nordio, quando dice: “Il suicidio presuppone un tale patrimonio di sofferenze che è quasi irriguardoso commentarlo. Ma un processo che duri dieci anni mette alla prova anche i caratteri più forti. L’aspetto giuridico invece è terrificante. Come si fa a condannare una persona già assolta? La condanna presuppone prove al di là di ogni ragionevole dubbio, e qui un giudice aveva già dubitato; è il sistema che è fallito”.

Se tutto questo rientra nella menzogna, nella letterale ignoranza dei fatti, d’accordo: appartengo io pure ad almeno una (e magari tutte e due) delle categorie individuate dal direttore Travaglio.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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