Case popolari, Consulta: non servono almeno 5 anni di residenza

Fcz

Milano, 9 mar. (askanews) - È irragionevole negare l'accesso all'edilizia residenziale pubblica a chi, italiano o straniero, al momento della richiesta non sia residente o non abbia un lavoro nel territorio della Regione da "almeno cinque anni". Questo requisito, infatti, non ha alcun nesso con la funzione del servizio pubblico in questione, che è quella di soddisfare l'esigenza abitativa di chi si trova in una situazione di effettivo bisogno. Lo ha stabilito la Corte costituzionale che, con una sentenza depositata oggi (relatrice Daria de Pretis) ha accolto la censura sollevata dal Tribunale di Milano sul requisito della residenza o dell'occupazione ultraquinquennale stabilita della legge della Regione Lombardia n. 16/2016 per accedere ai servizi abitativi.

Secondo la Consulta, il requisito della residenza protratta per più di cinque anni ai fini della concessione dell'alloggio non è sorretto da un'adeguata giustificazione sul piano costituzionale: da una parte perché quel dato non è, di per sé, indice di un'elevata probabilità di permanenza (a tal fine risulterebbero ben più significativi altri elementi) e dall'altra perché lo stesso "radicamento" territoriale non può assumere un'importanza tale da escludere qualsiasi rilievo al dato del bisogno abitativo del richiedente. La durata della residenza sul territorio regionale potrebbe semmai rientrare tra gli elementi da valutare nella formazione della graduatoria.

Per i giudici della Corte Costituzionale, insomma, la legge lombarda viola i principi di uguaglianza e di ragionevolezza ed è fonte di discriminazione irragionevole a danno di chi, cittadino o straniero, non possieda il requisito richiesto. Ma la norma impugnata, sempre secondo quanto stabilito dalla Consulta, contrasta anche con il principio di uguaglianza sostanziale, perché il requisito temporale richiesto contraddice la funzione sociale dell'edilizia residenziale pubblica.