Caserma Piacenza, l'unico Carabiniere non indagato: "Fanno cose che non mi piacciono"

Federica Olivo
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Un'immagine dei Carabinieri arrestati  (Photo: ANSA foto)
Un'immagine dei Carabinieri arrestati (Photo: ANSA foto)

Giovane, riservato, timido ma determinato a non disobbedire alla divisa. Pur senza fare clamore. Appare così R. B., l’unico militare non indagato nella storia che sta scuotendo l’arma. Lavora anche lui nella caserma Levante di Piacenza, sequestrata dopo che l’indagine della procura ha fatto emergere tutti gli illeciti - dallo spaccio alla tortura - che si svolgevano al suo interno. “Mele marce” hanno detto in tanti. Eppure tra loro c’era chi - senza gesti plateali, ma con le idee chiare, non si è legato alla schiera.

Un ritratto del giovane carabiniere - un individuo “dall’atteggiamento solitario, che non fa gruppo”, scrive di lui il giudice - è tracciato dagli stralci dell’ordinanza del gip in cui si parla di lui. Sono riportate le conversazioni del ragazzo con il padre. Parla di alcuni degli illeciti fatti dai colleghi, si dissocia, dice chiaramente che sono cose che non gli piacciono. “Io barro, non voglio fare un falso ideologico!”, è una delle cose che dice al genitore, che si mostra d’accordo con lui.

Da questi colloqui, scrive il giudice Luca Milani, si evince “tutta la delusione del giovane militare dell’Arma per essere finito a lavorare in un ambiente in cui vengono costantemente calpestati i doveri delle forze dell’ordine, dove tutto è tollerato a condizione che vengano garantiti i risultati in termini di arresti”.

Per il magistrato, il ragazzo manifesta “una scarsa propensione a seguire i colleghi dovuta al suo forte disagio nel constatare le continue violazioni e gli abusi commessi all’interno della caserma di via Caccialupi”.


“Molte cose le fanno le cose a umma a umma, non mi piacciono”, ripete più volte al genitore, riferendosi ai colleghi poi arrestati, e spiegando al padre di non voler attestare falsamente “di avere fatto in una tot data un qualcosa che poi non è neanche vero”, commettendo quindi un falso.

“Non si può fare così!”, gli dà ragione il padre. I compagni di caserma, dicono ancora gli interlocutori, questo atteggiamento “se lo possono permettere perchè portano a casa gli arresti”. “Perchè a te colonnello - dice R.B. - ti faccio fare bella figura, capito? Ti porto un sacco di arresti l’anno! Lavorano assai, ma perché? C’hanno i ganci!”. E il padre: “Sì, sì, ho capito benissimo, io non sopporto questo modo di fare...”. Poi i due discutono di quello che deve fare il ragazzo. Concordano sul fatto che, per il momento, R. non si deve muovere: “Non sono né carne, né pesce, non so come comportarmi - dice il militare”.


A quel punto il genitore gli dà un consiglio: “Tu devi stare in stand-by, sperando che tutto vada bene!”, ribatte il padre e R.:“Lascio un pò passare così, anche passivamente, cioè non prendo tanto l’iniziativa!”.

Il riferimento è alla stesura di un verbale falso a cui ha assistito, decidendo di non intervenire. Il padre, così sintetizza il giudice l’ultima parte del dialogo, gli dice che “tutto questo gli deve servire come bagaglio di esperienza e aggiunge che di ‘cose storte’ ne vedrà tante nei piccoli reparti e pertanto gli consiglia, una volta fatta la sua esperienza decennale, di continuare la sua carriera in reparti dove può stare tranquillo”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.