Caso camici: al vaglio dei pm chat e mail su accordo Dama-Aria

fcz
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Milano, 30 lug. (askanews) - I 25 mila camici mancanti della fornitura commissionata dalla centrale acquisti della Regione Lombardia erano tutti lì, nel magazzino della Dama, la società varesina controllata Andrea Dini, cognato del governatore Attilio Fontana e partecipata anche dalla moglie Roberta Dini. L'intero lotto è ora sotto sigillo, dopo il sequestro effettuato dalla Guardia di Finanza nella nota azienda varesina che controlla il marchio Paul&Shark. Una partita di camici che Dini, dopo la decisione di trasformare il contratto d'acquisto da 513 mila euro in una donazione, avrebbe tentato di rivendere. Non prima di aver raggiunto un "accordo retrostante" con Aria, la Consip della Regione Lombardia. E' la fotografia che emerge dallo sviluppo dell'inchiesta milanese condotta dai pm Paolo Filippini, Luigi Furno e Carlo Scalas a carico del governatore Fontana, di suo cognato Dini e di Filippo Bongiovanni, l'ex direttore generale di Aria che si è dimesso dall'incarico dopo essere stato coinvolto nell'inchiesta. L'accusa, per tutti, è frode nelle forniture pubbliche con Dini e Bongiovanni che rispondono anche di turbata liberta nella scelta del contraente. Il blitz delle Fiamme Gialle scattato martedì sera nella sede Dama ha portato alla luce nuovi riscontri investigativi che, secondo i pm Paolo Filippini, Luigi Furno e Carlo Scalas, rappresentano una duplice conferma: non solo della volontà di Dini di ottenere un profitto economico dalla messa in vendita sul mercato dei 25 mila camici che facevano parte della fornitura da 75 mila pezzi complessivi ma che non sono stati consegnati alla Regione dopo che il contratto si trasformò in donazione. L'elemento nuovo sotto il profilo delle indagini è che Aria aveva di fatto rinunciato a quell'ultimo lotto della fornitura. Tra gli atti di indagine, rivela oggi il Corriere della Sera, ci sono un messaggio WhatsApp e una mail spedite da Dini il 20 maggio. Il primo inviato una manciata di minuti prima delle 9.00 del mattino a un'intermediario commerciale: "Ciao, abbiamo ricevuto una bella partita di camici. Li vendiamo a 9 euro, e poi per ogni 1000 venduti ne possono donare centro"). La mail, come scrive sempre il quotidiano di via Solferino, venne invece inviata poco dopo le 11, quindi più di due ore dopo, ad Aria: il cognato di Fontana comunica alla centrale acquisti la propria decisione di "trasformare il contratto da fornitura in donazione" e precisa: "Certi che apprezzerete la nostra decisione, vi informiamo che consideriamo conclusa la nostra fornitura". Per i magistrati milanesi, è la prova dell'esistenza di un "accordo retrostante" tra la centrale acquisti regionale e il titolare di Dama. E sta tutta qui la "frode nelle pubbliche forniture" ipotizzata dalla procura di Milano: un patto che doveva permettere al cognato di Fontana di ottenere un profitto economico dopo la decisione di trasformare l'iniziale contratto di fornitura in donazione per scongiurare il rischio di ricadute reputazionali negative dovute alla presenza di un conflitto di interessi. Patto che però ha portato a un danno per la Regione Lombardia, costituto proprio dai 25 mila camici previsti dal contratto di fornitura ma mai consegnati, nonostante la situazione di forte emergenza provocata dalla pandemia. A testimoniarlo, sospettano i magistrati milanesi titolari dell'indagine coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, anche il tentativo di Fontana di "risarcire" il cognato con 250 mila euro. Bonifico effettuato da un conto svizzero del governatore dove, nel 2015, erano stati "scudati" tramite la volontary disclosure 5,3 milioni di euro custoditi in due trust delle Bahamas e proprio per questo bloccato dall'Unione Fiduciaria di Milano che, in base alla normativa antiriciclaggio, lanciò una "segnalazione di operazione sospetta" all'Unità di Informazione Finanziaria di Bankitalia che poi informò la Procura di Milano e alla Guardia di Finanza. Le verifiche dei magistrati milanesi si concentrano anche sulle movimentazioni avvenuto su quel conto che, secondo quanto dichiarato da Fontana in un'intervista rilasciata nei giorni scorsi a "La Repubblica", non era operativo "almeno dalla metà degli anni Ottanta".