Caso Cucchi, legale famiglia: "Chiesto risarcimento da 2 milioni"

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“Siamo stati carne da macello per queste persone, ma noi siamo esseri umani: è stato fatto di tutto per nascondere responsabilità gravi”. A dirlo l’avvocato Fabio Anselmo, legale di parte civile della famiglia di Stefano Cucchi nel corso del processo sui presunti depistaggi seguiti alla sua morte. Nell’intervento dall’aula bunker di Rebibbia Anselmo ha ricordato come il corpo di Stefano fosse “un mappamondo di lesioni”. Nelle conclusioni depositate dal legale di parte civile si chiede una provvisionale di 750mila euro e un risarcimento di oltre due milioni di euro

Per i presunti depistaggi sono imputati otto carabinieri: il generale Alessandro Casarsa all'epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e altri 7 carabinieri, tra cui Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma. Le accuse, a vario titolo e a seconda delle posizioni sono quelle di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Per tutti il pm Giovanni Musarò ha chiesto la condanna. “Condivido in pieno la ricostruzione del pubblico ministero - ha sostenuto Anselmo - io un pubblico ministero cosi’ in 36 anni di carriera non l’ho mai conosciuto”.

“Questa è stata una vicenda tremenda per la famiglia, per gli agenti penitenziari, per lo Stato, e anche per l’Arma che è parte civile. Da queste quaranta udienze, da questa inchiesta, è emerso - ha detto l’avvocato Anselmo dall’aula bunker di Rebibbia - che esistono tanti parti sane nell’Arma dei carabinieri”. Nel 2015, ha ricordato Anselmo, “si è perso però il treno per poter rimediare e si reiterato il depistaggio. Anche dopo quella data e anche per quello che è accaduto in quest’aula ci sono stati segnali inquietanti”.

Per Anselmi “i depistaggi su Stefano Cucchi sono stati finalizzati, fin dal primo momento, ad allontanare qualsivoglia responsabilità delle istituzioni dello Stato sulla sua morte, quando Stefano era proprio nelle mani dello Stato. Depistaggi che hanno come principale motore e ‘anima nera’ nel generale Alessandro Casarsa”. “L’esame di Casarsa è una confessione, di chi sente al di sopra di tutto e di tutti, di chi mostra un amore viscerale per la carriera. E’ lui - ha sottolineato Anselmo nel suo intervento dall’aula bunker - l’uomo operativo: si è tentato di farci credere che nessuno sapeva nulla, che le notizie venivano apprese dalla stampa. La cosa che più mi ha stupito in questo processo è che si è negata l’evidenza, la logica, fino alla fine”.

“Questo processo non è solo fatto di articoli, eccezioni, è fatto di vicende umane. C’è anche chi ha avuto il coraggio di parlare”, ha detto il legale di Ilaria Cucchi e del padre Giovanni ricordando alcuni dei militari che hanno aiutato a far luce, “qualcuno lo ha fatto in ritardo ma ha avuto coraggio”. “Quando parlo di umanità penso a Colombo Labriola (uno degli otto imputati e all’epoca dei fatti comandante della stazione di Tor Sapienza, una delle stazioni dove Cucchi fu trattenuto nella camera di sicurezza ndr), non si può non apprezzare il suo comportamento processuale, il suo coraggio nel tenere testa ai superiori, la sua onesta’ intellettuale nel riferire ciò che andava anche contro di se’”. .

L’avvocato ha fatto ascoltare nell’aula bunker di Rebibbia la registrazione audio dell’udienza di convalida di Stefano Cucchi in cui si sente la sua voce già sofferente. “Parole che fanno venire i brividi - ha detto l’avvocato Anselmo nel suo intervento - Stefano Cucchi esce da quell’udienza per andare a morire”. Stefano Cucchi “era un ragazzo perfettamente sano, faceva palestra, era magro esattamente come sua sorella - ha detto Anselmo mostrando le foto di Ilaria - e nessuno rivedendo le sue foto direbbe che è una tossicodipendente”.

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