Caso Lega-Russia: chi riuscirà a spezzare il silenzio?

Pietro Salvatori

È il compagno Secondo Greganti, Gianluca Savoini. È sulle tracce di quel Primo sospettato a lungo di essere il nesso tra l’oro di Mosca e il Pci e che accettò il carcere pur di non fiatare. Il faccendiere leghista sentito dai pm in una località segreta fuori dalla procura, per evitare ressa e soffiate, ha tenuto la bocca cucita. Si è avvalso della facoltà di non rispondere, si dice nella terminologia appropriata.


Nemmeno la magistratura è riuscita a rompere il muro assordante di silenzio che la Lega ha tirato su sull’uomo beccato con le mani nella marmellata di una trattativa sull’oro nero, con tanto di potenziali fette di torta da spartire. E siano state millanterie, quelle sentite dai muri dell’hotel Metropol di Mosca e da un registratore finito nelle mani di Buzzfeed, o le basi di un incredibile intrigo internazionale, non è dato saperlo.


Perché a via Bellerio le porte sono chiuse, e tutti tacciono. “Savoini e D’Amico sono innocenti fino a prova contraria”, si limita a dire Matteo Salvini, tirando su una cortina fumogena sull’uomo che inizialmente era stato a un passo dal rinnegare, e sul suo consigliere personale a Palazzo Chigi, che ha brigato per far accedere il compagno Secondo alla cena con Vladimir Putin. Non sa, non gli interessa, non risponde il capo del Carroccio. Nonostante Luigi Di Maio gli abbia chiaramente detto di andare in Parlamento a spiegare la verità, la sua verità per lo meno, in ossequio alla trasparenza di cui si è sempre vantato il governo gialloverde. Ragionamento lapalissiano e velenoso quello del capo politico M5s: se non ha niente da nascondere, perché sottrarsi? E il collega vicepremier a ribadire che lui non ha “nulla da dire”: “Se ci fosse qualcosa da chiarire sarei il primo, ma siccome non c’è, non commento fantasie. Non parlo di spie russe”. Bene, ma allora perché non andare alle Camere a spiegare che Savoini è un millantatore, che nulla ha a che fare con la Lega, che D’Amico forse ha...

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