Caso Regeni, a processo i quattro 007 egiziani

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Ci sarà un processo in Italia nei confronti dei quattro 007 egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni. Il gup di Roma Pierluigi Balestrieri, accogliendo le richieste della procura, dopo una camera di consiglio di tre ore, ha rinviato a giudizio gli agenti della National Security del Cairo, fissando la prima udienza per il 14 ottobre davanti alla III Corte d’Assise.

Una decisione che i genitori di Giulio hanno atteso in aula accompagnati dal loro legale, l’avvocato Alessandra Ballerini. “Paola e Claudio dicono spesso che su Giulio sono stati violati tutti i diritti umani, da oggi abbiamo la fondata speranza che almeno il diritto alla verità non verrà violato. Ci abbiamo messo 64 mesi. Ma è un buon traguardo e un buon punto di partenza" ha commentato l’avvocato (Video).

Sono passati cinque anni dal rapimento di Giulio, torturato e ucciso in Egitto. Cinque anni di indagini sulla morte del ricercatore friulano che la Procura di Roma ha portato avanti nonostante i depistaggi e le mancate risposte del Cairo alle richieste degli inquirenti italiani. Un’indagine partita subito dopo il ritrovamento del corpo di Giulio il 3 febbraio 2016 lungo la strada che dal Cairo porta verso Alessandria, affidata sin dalle prime battute al sostituto procuratore Sergio Colaiocco, prima sotto il coordinamento dell’allora procuratore Giuseppe Pignatone e proseguita poi sotto la guida dell’attuale procuratore capo Michele Prestipino.

Un’inchiesta che ha avuto la svolta più importante il 4 dicembre 2018. In quella data la Procura di Roma iscrive nel registro degli indagati cinque 007 egiziani, alti ufficiali dei servizi segreti civili e della polizia investigativa d'Egitto, accusati di sequestro di persona. Un risultato frutto del lavoro portato avanti anche grazie Sco e Ros, parte attiva nelle indagini italiane.

Indagini che in questi anni hanno contato decine di incontri proprio tra inquirenti e investigatori italiani e egiziani nel nome del dialogo a cui il Cairo ha risposto con parole formali o silenzi, come sull’ultima rogatoria dell’aprile del 2019 in cui si chiedeva, tra i diversi punti, l’elezione di domicilio dei funzionari della National Security.

E anche nell’ultimo incontro in videoconferenza tra inquirenti alla comunicazione della ferma volontà della procura di Roma di chiudere le indagini preliminari dall’Egitto attraverso il procuratore generale Hamada al Sawi sono arrivate le riserve “sulla solidità del quadro probatorio” che ritiene costituito “da prove insufficienti” per sostenere l'accusa in giudizio.

Per i magistrati italiani, invece, non è così e a dimostrarlo sono le accuse formulate nei confronti degli 007 per i quali la Procura di Roma ha chiesto e ottenuto un processo in Italia. Con la chiusura dell’inchiesta del 10 dicembre scorso e la richiesta di processo del 20 gennaio i pm romani contestano al generale Sabir Tariq, ai colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif il sequestro di persona pluriaggravato, e nei confronti di quest’ultimo le lesioni aggravate, essendo stato introdotto il reato di tortura solo nel luglio 2017, e il concorso in omicidio aggravato.

"Ho visto Giulio ammanettato a terra con segni di tortura sul torace" ha riferito un testimone che per 15 anni ha lavorato nella sede della National Security “dove Giulio è stato ucciso. Al primo piano della struttura c'è la 'stanza 13' dove vengono portati gli stranieri sospettati di avere tramato contro la sicurezza nazionale. Il 28 o 29 gennaio ho visto Regeni in quella stanza con ufficiali e agenti", ha raccontato il testimone come riferito dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco, insieme al procuratore capo di Roma Michele Prestipino, davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sulla morte del ricercatore italiano. E a due settimane dall’inizio dell’udienza preliminare del 29 aprile, poi rinviata a causa del legittimo impedimento per Covid di uno dei difensori di ufficio degli imputati, i pm di piazzale Clodio hanno raccolto tre nuove testimonianze che accusano i quattro 007 egiziani.

La procura del Cairo dal canto suo, a 20 giorni dalla chiusura delle indagini dell’Italia, ha respinto l’atto di accusa affermando che nessuno dei cinque poliziotti indicati dalla procura di Roma ha avuto un ruolo nel sequestro, nelle torture e nell'uccisione di Regeni, indicando invece come responsabili una banda di criminali rimasti “uccisi in uno scontro a fuoco mentre la polizia li stava arrestando”. Una versione che lascia tutti esterrefatti in Italia, a partire dalla famiglia di Giulio, che ha sempre sostenuto con forza la ricerca di verità e giustizia: “Ho visto sul suo volto tutto il male del mondo”, aveva detto Paola Deffendi dopo aver visto il corpo del figlio. (di Assunta Cassiano e Daniele Dell’Aglio)