Cecenia, quel fazzoletto di terra dove l'inferno non è ancora passato

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Local women gazing from a skyscraper in Grozny City business centre located in Grozny the capital city of Chechnya officially the Chechen Republic in the North Caucasian Federal District of Russia. (Photo: Eddie Gerald via Getty Images)
Local women gazing from a skyscraper in Grozny City business centre located in Grozny the capital city of Chechnya officially the Chechen Republic in the North Caucasian Federal District of Russia. (Photo: Eddie Gerald via Getty Images)

È come attraversare un campo minato, tanto è fragile e fatale il filo dell’equilibrio su cui camminano i paesi dell’ex sfera sovietica. Le notizie dall’Ucraina ne danno conferma, con l’escalation di tensione generata dalle truppe russe al confine che paventano lo scoppio di un nuovo conflitto. C’è però un fazzoletto di terra, la Cecenia - una Repubblica della Federazione russa - che facendo perno sulla quasi totale autonomia da Putin, è di fatto un’enclave totalitaria. Repressioni, abusi, arresti, in alcuni casi uccisioni, libertà d’espressione inesistente: una sorta di stato nello stato, vassallo della Russia e al tempo stesso autonomo, impunito nelle sue azioni. La stabilità viene garantita dal pugno di ferro di Ramzan Kadyrov, scelto da Vladimir Putin nel 2007 come unico leader in grado di tenere a bada il desiderio secessionista di una parte di popolazione e al tempo stesso fedele alla terra ‘madre’. Oggi, però, Kadyrov: “Sta consolidando in una misura tale il suo potere da essere diventato quasi scomodo per Mosca - dice Leonardo Zanatta, giornalista di East Journal intervistato dall’Huffpost - passa meno in risalto dell’Ucraina, ma è un problema che cresce fortemente. Simbolicamente, Kadyrov si ritiene il servo più fedele di Putin, dall’altra parte Putin non può mollarlo per nessuna ragione al mondo ma è un personaggio scomodo”.

Le due guerre cecene

La Cecenia si trova nel Caucaso settentrionale e tra il 1994 e il 2009 è stata attraversata da due sanguinosissime guerre. La prima scoppiata subito dopo il crollo dell’Unione sovietica per la volontà dei ceceni di ottenere l’indipendenza. Una prerogativa che non verrà mai concessa, ma che non sparirà dall’orizzonte dei secessionisti. Ecco perché, a soli tre anni dalla fine della prima guerra (1996) scoppia un secondo conflitto. Questa volta il movente non era solo politico: la Cecenia è uno stato in cui si professa l’Islam. Alla fine della prima guerra è subentrata una crescente penetrazione del wahabismo, corrente più radicale dell’Islam, e con lui la guerra ha assunto una matrice terroristica. Vladimir Putin, fresco di nomina a presidente, in seguito a un attentato a Mosca nel 1999 disse: ”È inutile che i terroristi si nascondano, li inseguiremo ovunque fuggano, anche nel cesso. E li ammazzeremo nel cesso”. Con quest’affermazione, faceva ricadere tutto il successo o il fallimento della carica da poco assunta sulla lotta al terrorismo ceceno. Il secondo conflitto fu la guerra della perduta umanità, come testimoniano i racconti della giornalista di Novaya Gazeta, Anna Politkovskaja, uccisa nel 2006: rastrellamenti, rapimenti, campi di detenzione in cui avvenivano le più atroci delle torture da parte dei russi per scovare i ribelli tra i cittadini. Ribelli che, nel frattempo, estremizzarono ancora di più la guerriglia con attacchi feroci anche al di fuori dei confini. Quello che fu nel 2004 la strage in una scuola di Beslan, nell’Ossezia del Nord, dove persero la vita 334 persone, di cui 186 minori. Il fronte terrorista cominciò ad indebolirsi mentre la Russia avviò un processo di normalizzazione della regione in vista del ritiro delle ultime unità presenti sul territorio. Il 16 aprile del 2009 si dichiarò ufficialmente conclusa l’operazione antiterroristica. Almeno 8.398 militari russi sono morti nelle due guerre, tra i 150 e i 300 mila i ceceni.

Boys watch Muslim men preparing for prayers in the central Mosque in the Chechen capital Grozny April 26, 2013. REUTERS/Maxim Shemetov (RUSSIA - Tags: RELIGION) (Photo: Maxim Shemetov via Reuters)
Boys watch Muslim men preparing for prayers in the central Mosque in the Chechen capital Grozny April 26, 2013. REUTERS/Maxim Shemetov (RUSSIA - Tags: RELIGION) (Photo: Maxim Shemetov via Reuters)

Kadyrov e Putin: un rapporto controverso

Ramzanismo. Così il Guardian ha definito la politica seguita dal leader ceceno da quando è stato eletto presidente nel 2007, poco prima della fine del secondo conflitto. Sempre fedele a Putin, certo, ma libero di microgestire il suo stato come preferisce. “Le autorità cecene lavorano per sventrare ogni forma di dissenso. La gente non può parlare degli abusi senza pagare un prezzo enorme. E se fai qualcosa che le autorità cecene ritengono indesiderabile, non sarai l’unico a pagarne il prezzo, ma ne soffrirà anche la tua famiglia. Questo è il modo per tenere paralizzata la gente” racconta Tanya Lokshina, direttrice del programma Russia presso Human Rights Watch e intervistata dall’Huffpost. Mosca ha versato moltissimo denaro per ricostruire la repubblica, per acquietare le aspirazioni separatiste, colpendo coloro che rimanevano riluttanti o contrari. Kadyrov ha speso i miliardi offerti dalle casse russe per ricostruire la capitale, Grozny, distrutta dalle guerre, creando una città a forma di tributo alla famiglia Kadyrov. La strategia di contro insurrezione di Putin-Kadyrov è stata così spietata che “l’opposizione assomiglia a un culto della morte - afferma Oliver Bullough in un articolo del Guardian - solo le persone non solo disposte a morire ma che vogliono attivamente farlo, avranno a che fare con essa”. Seppur scomodo, Kadyrov è quindi il leader di cui Putin ha bisogno, motivo per cui non sembra intenzionato a volerlo sostituire perché, nel momento in cui questo dovesse accadere, potrebbe scoppiare un nuovo conflitto. “Di sicuro Kadyrov è un’eccezione: ha in mano un potere che va oltre quello del semplice Capo della Cecenia, dal 2010 si fa chiamare così. I suoi toni e i capricci verso gli oppositori non giovano all’immagine del Cremlino” afferma Zanatta.

MOSCOW REGION, RUSSIA  JUNE 15, 2018: Russia's President Vladimir Putin (L) meets with Ramzan Kadyrov, head of Russia's Chechen Republic, at Novo-Ogaryovo residence. Alexei Druzhinin/Russian Presidential Press and Information Office/TASS (Photo by Alexei Druzhinin\TASS via Getty Images) (Photo: Alexei Druzhinin via Getty Images)
MOSCOW REGION, RUSSIA JUNE 15, 2018: Russia's President Vladimir Putin (L) meets with Ramzan Kadyrov, head of Russia's Chechen Republic, at Novo-Ogaryovo residence. Alexei Druzhinin/Russian Presidential Press and Information Office/TASS (Photo by Alexei Druzhinin\TASS via Getty Images) (Photo: Alexei Druzhinin via Getty Images)

La vita in Cecenia: “come camminare su un campo minato”

“Quando penso agli anni della guerra non eravamo spaventati come lo siamo ora. La paura di una bomba, di un proiettile, era qualcosa con cui potevamo convivere, ma questa assoluta umiliazione, non posso farci i conti, mi vergogno di me stesso. Ogni giorno portano via un pezzetto della mia dignità ed è come camminare continuamente su un campo minato, sempre, aspettando che ti trascinino via”. Queste le parole di un cittadino ceceno che nel 2016 aveva rilasciato una testimonianza per un report della Lokshina. Il documento raggruppa i metodi che il governo ceceno utilizza oggi per controllare chi cerca di opporsi o anche solo criticare la repressione di Kadyrov. Avvengono sparizioni forzate seguite da torture, arresti, minacce, molte persone sono costrette a scusarsi pubblicamente per le proprie azioni o commenti contro Kadyrov. “In Cecenia, la posizione pubblica e l’onore sono estremamente importanti, quindi essere umiliati davanti a tutti è una forma estrema di punizione. Diverse persone in Cecenia mi hanno detto che avrebbero preferito essere uccise piuttosto che costrette a ritrattare davanti alle telecamere” afferma Lokshina. Un esempio è la storia di Rizvan Ibraghimov e Abubakar Didiev, due ricercatori ceceni costretti a scusarsi pubblicamente durante un incontro con Kadyrov per aver sostenuto un’interpretazione non convenzionale della storia della Cecenia e dell’Islam.

C’è un vero e proprio culto che, negli anni, si è creato intorno alla figura di Ramzan Kadyrov. Grozny TV ne è un simbolo: la maggior parte delle notizie sono legate a lui e manda spesso in onda segmenti in cui si vede dare ordini o punire le persone per i loro errori. L’immagine che vuole costantemente trasmettere è di grandezza, vizio, sfarzo con l’obiettivo di creare un’aura di venerazione intorno a lui. Si è costruito palazzi, uno a Grozny e uno nel suo villaggio natale di Tsenteroi. Ha posato con un cucciolo di tigre e ha acquistato una scuderia di cavalli che corrono in tutto il mondo. Ha organizzato incontri di lotta e concorsi di bellezza. Un anno dopo essere stato eletto, ha partecipato all’inaugurazione della più grande moschea d’Europa, costruita proprio nella capitale e finanziata, tra gli altri, anche dall’Arabia Saudita: “La questione dell’Arabia Saudita è complicata - spiega a Huffpost Aldo Ferrari, professore di cultura armena, storia del Caucaso e dell’Asia centrale all’Università Ca’ Foscari di Venezia - è considerato lo stato che ha finanziato i radicali islamici chiamati wahabiti, come il gruppo religioso che esprime la dinastia in Arabia. Al tempo stesso si è trattato di una scelta condivisa che ha prodotto una moschea di straordinario impatto”.

GROZNY, RUSSIA - APRIL 19, 2021: Citizens enjoy spring weather in the city's centre, with the Grozny City buisiness centre and the Akhmad Kadyrov Mosque (Heart of Chechnya) in the background. Yelena Afonina/TASS (Photo by Yelena Afonina\TASS via Getty Images) (Photo: Yelena Afonina via Getty Images)
GROZNY, RUSSIA - APRIL 19, 2021: Citizens enjoy spring weather in the city's centre, with the Grozny City buisiness centre and the Akhmad Kadyrov Mosque (Heart of Chechnya) in the background. Yelena Afonina/TASS (Photo by Yelena Afonina\TASS via Getty Images) (Photo: Yelena Afonina via Getty Images)

Ong e giornalisti nel mirino di Kadyrov

In un clima di questo tipo, l’attività delle organizzazioni per i diritti umani, degli avvocati delle vittime o dei giornalisti è costantemente osteggiata. “Lavoro per Human Rights Watch dal 2008 - continua Tanya Lokshina - è sempre più difficile fare questo lavoro. Il clima intorno a noi è diventato drammaticamente ostile. La repressione della libertà di espressione dei media indipendenti è sconcertante. Se oggi voglio viaggiare in Cecenia, possono prendere un volo diretto da Mosca a Grozny senza problemi ma è pericoloso per le persone a terra farsi vedere con me e parlare con me. Quando ho iniziato a lavorare in Cecenia durante la seconda guerra, la gente voleva che riportassi le loro storie. Arrivavi in una città o in un villaggio e la gente si riuniva intorno a te, desiderosa di condividere ciò che aveva sofferto. Nel corso degli anni, con Ramzan Kadyrov che esercitava le punizioni collettive, le persone si sono chiuse in sé stesse e in gran parte hanno smesso di parlare con i giornalisti e i difensori dei diritti umani”. Lo sa bene Elena Milashina, la giornalista di Novaya Gazeta che nel 2017 ha svelato gli orrori di ciò che accadeva in Cecenia a chi era anche solo sospettato di essere gay. Il quotidiano russo ha svelato che oltre cento uomini sospettati di essere omosessuali erano stati rapiti, torturati o comunque maltrattati e costretti a svelare l’identità di altre persone LGBT a loro note. Alcuni di loro sarebbero stati uccisi altri condotti nella “prigione segreta” nella città di Argun circa 15 km ad est della capitale Groznyj. Un edificio “vuoto” dal 2001 ma in realtà trasformato in una Guantanamo riservata agli omosessuali. Kadyrov ha sempre negato tutto, affermando invece che in Cecenia gli omosessuali non esistono. “La Cecenia è ancora un posto pericoloso ma continuo ad andare là spesso - dice Elena Milashina intervistata dall’Huffpost - le violazioni dei diritti umani ora sono anche peggiori di quelle che c’erano durante la guerra. Ho imparato ad accettare che la violenza esiste. Sono stata minacciata di essere uccisa in pubblico da Kadyrov stesso, dalle sue truppe, sono stata attaccata in Cecenia ma continuo il mio lavoro”. Novaya Gazeta è uno dei pochi giornali indipendenti della Russia a non essere ancora stato inserito nella lista di ‘agenti stranieri’ e proprio il direttore, Dmitry Muratov, ha vinto il Premio Nobel per la Pace 2021: “Questo premio ci concede più tempo per sopravvivere. Dal 2013 è molto chiaro, però, che Putin sta allontanando il paese dalle politiche europee, conducendo il paese verso un regime sempre più autocratico. Kadyrov non è scomodo per Putin, è stato scelto da lui per compiere violazioni nei confronti dei cittadini ceceni. Da quando è stato eletto, il livello di repressione è alto”.

Nel frattempo, il 20 settembre 2021 Ramzan Kadyrov è stato riconfermato capo della Repubblica con il 99,7% dei voti e un’affluenza alle urne del 94%. Nessun’altra regione in Russia ha riportato un livello di affluenza così alto, e nessun altro candidato ha vinto con così largo margine.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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