Celentano postumo di se stesso

Fulvio Abbate

Immenso, Adriano Celentano, è nuovamente riuscito nel miracolo-capolavoro di mostrarsi postumo di se stesso. Un’impresa che, in vita, riesce davvero a pochissimi. Così da anni, in verità. Postumo nel senso di storicizzato in sé, di più, da sé. Il resto è dettaglio. Perfino lo show. Davanti a lui, infatti, l’ospite, fosse anche il più luminoso, appare del tutto inessenziale, testimone della santità spettacolare di chi lo ha lì convocato, nient’altro. 

Celentano, va detto, sembra giungere agli occhi del mondo come accade agli astri spenti da miliardi di anni, ne percepiamo la luce sempre e comunque, perfino in assenza della fonte. Celentano, anche nei suoi momenti più estenuati, fiacchi, espressivamente minori, come accade forse anche nel farraginoso “Adrian (Canale 5), con seguito di cartone animato che ne zavorra il volo, resta un pezzo unico, un monotipo, un marchio d’officina personale inconfondibile, inutile perfino, per amor di cronistoria, ricordare in lui l’Elvis Presley italiano o altri dettagli da calendario di Frate Indovino. L’uomo, infatti, deve la propria forma espressiva ipnotica all’essere un prodotto autarchico, nato da sanzioni imposte al proprio talento, solo lui. Ricordate quando insieme a un’orda di figuranti ballava tra le calli di Venezia in “Yuppi du”? Conciati da sfollati, da improbabili commedianti di un’Opera da tre lire di Paullo, rispondevano, lui per primo, stilisticamente solo a se stessi. Lo stesso nel presente, intravedendolo in penombra, gli occhiali da cieco d’autore, sullo sfondo cartaceo acetato dei grattacieli affacciati sulla baia di Dylan Dog o forse Zio Tibia, così a favore di un tavolo da taverna di Porta Venezia, Ronchetto delle Rane o Cinisello Balsamo, rimasto al tempo in cui Luigi Comencini girava “Delitto d’amore” e Pippo Starnazza vestiva i panni del parcheggiatore abusivo.

Ti domandi da dove giunga quel suo modo di esserci, mentre fa ritorno al repertorio di sempre, così...

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