Celentano postumo di se stesso

Fulvio Abbate
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(Photo: Vittorio Zunino Celotto via Getty Images)
(Photo: Vittorio Zunino Celotto via Getty Images)

Immenso, Adriano Celentano, è nuovamente riuscito nel miracolo-capolavoro di mostrarsi postumo di se stesso. Un’impresa che, in vita, riesce davvero a pochissimi. Così da anni, in verità. Postumo nel senso di storicizzato in sé, di più, da sé. Il resto è dettaglio. Perfino lo show. Davanti a lui, infatti, l’ospite, fosse anche il più luminoso, appare del tutto inessenziale, testimone della santità spettacolare di chi lo ha lì convocato, nient’altro.

Celentano, va detto, sembra giungere agli occhi del mondo come accade agli astri spenti da miliardi di anni, ne percepiamo la luce sempre e comunque, perfino in assenza della fonte. Celentano, anche nei suoi momenti più estenuati, fiacchi, espressivamente minori, come accade forse anche nel farraginoso “Adrian (Canale 5), con seguito di cartone animato che ne zavorra il volo, resta un pezzo unico, un monotipo, un marchio d’officina personale inconfondibile, inutile perfino, per amor di cronistoria, ricordare in lui l’Elvis Presley italiano o altri dettagli da calendario di Frate Indovino. L’uomo, infatti, deve la propria forma espressiva ipnotica all’essere un prodotto autarchico, nato da sanzioni imposte al proprio talento, solo lui. Ricordate quando insieme a un’orda di figuranti ballava tra le calli di Venezia in “Yuppi du”? Conciati da sfollati, da improbabili commedianti di un’Opera da tre lire di Paullo, rispondevano, lui per primo, stilisticamente solo a se stessi. Lo stesso nel presente, intravedendolo in penombra, gli occhiali da cieco d’autore, sullo sfondo cartaceo acetato dei grattacieli affacciati sulla baia di Dylan Dog o forse Zio Tibia, così a favore di un tavolo da taverna di Porta Venezia, Ronchetto delle Rane o Cinisello Balsamo, rimasto al tempo in cui Luigi Comencini girava “Delitto d’amore” e Pippo Starnazza vestiva i panni del parcheggiatore abusivo.

Ti domandi da dove giunga quel suo modo di esserci, mentre fa ritorno al repertorio di sempre, così mentre “in spiaggia ho fatto il pagliaccio per mettermi in mostra agli occhi di lei”. La camicia da zio di Bitonto emigrato in Australia aperta sulle rughe degli anni, tra collo e sterno, gli ospiti venuti ad omaggiarlo come altrove, un tempo, accadeva a padre Pio, le stimmate coperte dai guanti di lana, già, gli ospiti che, al suo cospetto, sembrano simili a uscieri di cardinale, schiacciati dalla presenza del mito, una sensazione inesplicabile per chi dovesse ignorarne la storia.

Esatto, da dove arriva Celentano? A volerne riassumere le stazioni, c’è da ricordarlo sosia di Jerry Lewis in un ritaglio di giornale negli anni Cinquanta, poi incorniciato da Fellini nella “Dolce vita”, “urlatore alla sbarra”, testimone di una nostrana gioventù bruciata, o ancora quando, già ospite speciale, accompagnava la collega Mina seminando caramelle in spregio al protocollo delle giraffe televisive, era forse “Studio Uno” o “Senza rete”, oppure, sempre lui, quando gli esegeti del “Radiocorriere TV” lo narravano ad abbigliarsi al buio, afferrando giacche e camicie alla rinfusa, per poi, istanti dopo, trovare l’azzurro ricevuto in dono da Paolo Conte, “… azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro senza di te”. Accadeva, forse, quando, in Italia, al governo c’era Mariano Rumor, o piuttosto Emilio Colombo, e il quasi omonimo Vittorino era lì ministro della Marina mercantile? Misteri dell’eterno.

Poi la via Gluck. Anche quella strada è ormai postuma di se stessa, insieme alla Milano senza più memoria della pelota basca in via Palermo… I capelli che pian piano vengono via, barometro degli anni trascorsi, insieme agli occhiali che non c’erano quando “Giovani”, rotocalco del tempo “beat”, le stesse pagine dove appariva Valentina di Crepax pronta a sfidare il perfido Magiadischi, ne offriva il manifesto in abito gessato da gangster di Busto Arsizio.

Adriano-Adrian ora racconta di quando, invitato a un dibattito tra gesuiti colti, si accorse della propria ignoranza, eppure il pubblico, rassicurante, gli ricorda che, sì, sarà pure tale, ma di questi ultimi indossa comunque la corona di re, e qui è d’obbligo notare la distanza che esiste tra la sua apologia dell’ignoranza e quell’altra che ha ora in Salvini un demagogo tout court.

Celentano, ricorda pure la storia di uno zio “molto religioso che aveva un figlio prete”, e nel far questo solleva il vassoio della memoria familiare, i santini votivi, le necrologie, i fiori imprigionati nell’ambra delle mensole domestiche, infine, ritornando alle sue canzoni sembra voler resuscitare i dischi in cofanetto del “Reader s’ Digest”, i volumetti di “Selezione”, Celentano come teca televisiva vivente di se stessa.

Improvvisamente, intanto che lo ascolti, appare il sospetto magico che dall’angolo buio di mare di cartapesta acetata debba approdare la barca dei tuoi cari che ritenevi di perduti per sempre, perfino i nonni morti, redivivi, l’apparecchio acustico fisso nell’orecchio, eccoli che per intercessione di Adriano tornano ad abbracciarti, magari insieme agli amici di famiglia dimenticati, proprio quelli che raccontavano del tempo di guerra come eterno presente.

Poco importa che ogni sua riflessione sulla fine mostri stimmate di banalità - “… la vita è morire ogni giorno”, oppure “morire per sempre e non solo per un minuto” – dove basterebbero i versi di Paul Klee – “Io sto dalla parte dei morti, di quelli che devono ancora nascere, vicino al cuore della creazione, ma non ancora prossimo” – per controbattere… In assenza del sermone, non sarebbe lui, Celentano, non parlerebbe del Vangelo citando un “fuoco inestinguibile”, che fa venire in mente, per chi le ha in mente, le terrifiche illustrazioni di Giovanbattista Conti destinate al catechismo più severo di sempre, dove la prima comunione cancella il nero-pece dalla tunica infine tersa, un attimo appena e da tutti i santi giunge il rock and roll di “Tutti Frutti”.

In un fondale da messa beat, ecco adesso, così annunciati, Pierluigi Battista, Gianni Riotta e Andrea Scanzi, i “giornalisti”, sembrano lì parenti in visita a un prozio di domenica mattina, prima di andare a messa, o magari in attesa di raggiungere il bar “Catalano” o piuttosto la pasticceria “Gattullo”, per acquistare un vassoio bignè, metti, per zio Amedeo, proprio lui che, colpa di una scheggia che ne offese la mano a El Alamein, povero, è costretto a indossare sempre un guanto di cuoio.

Quando, sempre loro, i “giornalisti”, si alzano e si risiedano come da accordo di scena con il padrone di casa, nel tepore della familiarità domestica, viene subito da pensare che si tratti piuttosto di emorroidi, e intanto, così smarriti, raccontano di Gaber, Tenco e Jannacci, finiti a esibirsi insieme ad Adriano in una rosticceria di Stoccarda.

Sipario. Un attimo appena, e Celentano si trasfigura nell’Adrian del cartone animato. La mano è di Milo Manara, ma forse, chissà, sarebbe stato meglio affidare l’intera storia ai disegnatori del leggendario “Il Tromba”, il fumetto dei militari di un po’ d’anni fa, poveri afflitti bisognosi di onanismo. D’altronde, il suo protagonista aveva esattamente la faccia del nostro Adriano e di cognome faceva Lentano.

Alla fine, quando gli ospiti fioniscono risucchiati dalla penombra, resta il dubbio che la corista, i capelli legati da Tordella, apparsa qualche istante prima in un’inquadratura furtiva e fugace, potesse essere addirittura Mina, rediviva, nascosta, giunta lì a fare un dono al collega, all’amico, a confermarne il mito in vita. Presumibilmente così non è, tuttavia nel dominio di Adrian si può perfino immaginare anche questo colpo di scena.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.