Centro, "spazio c'è, ma leader come Renzi e Calenda non aiutano"

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"C’è qualcosa di stucchevole nei dibattiti che si rincorrono sui destini politici del 'centro'. Qualcosa di già visto, un’infinità di volte. Eppure qualcosa che non sembra approdare a nulla, e continua a girare intorno alle stesse perorazioni, agli stessi auspici e alle stesse recriminazioni. Sarà che il centro ha dominato un cinquantennio della vita politica italiana, e dunque le sue sbiadite riedizioni appaiono quasi sempre assai deludenti. O sarà invece che il codice della nostra modernità politica ha in gran dispetto la pratica delle vie di mezzo. Comunque sia, l’argomento viene subito archiviato con un senso quasi di noia.

Tutto questo si comprende. E anche un po’ si giustifica. Infatti gli annali della seconda e perfino della (ormai) terza repubblica segnalano un certo numero di buchi nell’acqua, o se vogliamo di ciambelle senza buco. E anche tra chi milita sotto bandiere che si direbbero centriste o moderate o come altro le si voglia chiamare c’è quasi una sorta di imbarazzo a definirsi tali. Come se quello stare a metà che una volta era la virtù e la fortuna di quanti vi si insediavano, d’un tratto fosse diventato uno stigma da cui occorre liberarsi in tutta fretta.

Ora, chi scrive ha avuto in passato una certa dimestichezza con questi temi, e non vorrebbe far prevalere i sentimenti personali sulle valutazioni più distaccate. Eppure resta un punto, in tutte queste discussioni. E cioè il fatto che mai come oggi il centro appare ai margini del gioco politico. E mai come oggi, invece, quello spazio di opinione si va allargando. La domanda è forte, eppure la risposta è debolissima. Questa contraddizione chiama in causa chi milita da quelle parti e dovrebbe indurre a un esame di coscienza che non fosse troppo indulgente.

C’è una parte importante di opinione pubblica che diffida di una destra troppo facilmente preda di umori estremi, tentazioni euroscettiche, esagerazioni di ogni sorta. E che magari altrettanto diffida di una sinistra che torna a radicalizzarsi, protesa com’è all’inseguimento del populismo pentastellato. Un segmento elettorale che nei momenti difficili (Scelta civica nel 2013) ha comunque fatto registrare il 10 per cento dei suffragi, e in alcune situazioni più promettenti (Calenda a Roma poco più di un mese fa) ha raggiunto l’invidiabile vetta del 20 per cento. Eppure, tutto questo sembra faticare molto a tradursi sul piano nazionale in un’offerta politica competitiva.

Ora, è ovvio che una parte di questa difficoltà sta nella legge elettorale, che ancora contiene una massiccia dose di spirito maggioritario, e dunque scoraggia le posizioni intermedie. Ed è quasi altrettanto ovvio che la lunga predicazione in favore del bipolarismo, praticata da un quarto di secolo a questa parte, fa apparire il centro più come il luogo di una vecchia nostalgia che come un’idea al passo coi tempi.

Tutto vero, tutto giusto. Ma con un briciolo di malizia si potrebbe anche osservare che ai destini del centro non hanno giovato, e non giovano, le personalità così forti, spigolose e caratterizzate che si stanno cimentando nell’impresa. Leader che meritano tutto il riguardo che è dovuto al loro curriculum, s’intende. Ma che ora sarebbero attesi a prove meno ansiogene e concitate di quelle in cui più amano misurarsi. Parlo di Renzi e di Calenda, prima di tutto. I quali sembrano dedicati, ognuno a modo suo, molto più allo spirito dionisiaco che non a quello apollineo. Felici, oltretutto, di non andare troppo d’accordo l’uno con l’altro.

Il fatto è che il centro potrà rinascere, se mai sarà, solo alla condizione di affidarsi a un ceto politico nel suo insieme capace di esprimere misura, pazienza, prudenza, temperanza, senso del limite. Le 'passioni grigie' come le chiamava Remo Bodei. Tutte cose che sono state messe al bando in questi anni più tempestosi. Fino al punto di non essere più di moda perfino in quei paraggi dove le si dovrebbe invece coltivare con moderata, moderatissima passione di parte". (di Marco Follini)

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