C'era una volta la linea Salvini. Il fronte del Nord si impone sul Super Green Pass

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.. (Photo: ANSA)
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Più colpiti dal Covid, in prima fila nella richiesta di una stretta per i non vaccinati. E primi sponsor della campagna vaccinale, con una linea molto più precisa rispetto al segretario del loro partito, Matteo Salvini, inizialmente piuttosto vago sulla necessità di immunizzarsi e non propriamente entusiasta dell’per l’introduzione dell’obbligo di green pass a lavoro. La determinazione governatori leghisti del Nord - Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana ai quali, da ultimo, si è allineato anche il trentino Maurizio Fugatti - per scongiurare nuove restrizioni mette di fatto a tacere le potenziali resistenze del Carroccio sul super green pass. E finisce per dettare la linea. Una linea seguita anche dagli altri due governatori di centrodestra del nord, il ligure Giovanni Toti e il piemontese Alberto Cirio, ma non dagli unici due governatori di Fratelli d’Italia. Francesco Acquaroli e Marco Marsilio, vertici della giunta marchigiana e abruzzese, sono stati i soli a opporsi all’idea di restrizioni differenziate tra vaccinati e non. In perfetta sintonia con loro leader, Giorgia Meloni.

Al netto delle loro ripetute dichiarazioni, per capire su cosa si fonda la determinazione dei governatori del Nord in favore del super green pass, basta guardare i numeri. E il contesto. Davanti a curve che, in piena quarta ondata, stanno risalendo, ci sono le attività da tenere aperte, il turismo da sostenere, con la stagione sciistica alle porte, gli imprenditori da accontentare, l’economia da far andare avanti. Se la pressione sugli ospedali sale, se i positivi aumentano, tutti i settori riacciuffati a fatica dopo un anno e mezzo di pandemia rischiano di essere compromessi. Per di più, poche settimane dal Natale e dal piccolo boom di consumi che le feste, di solito, portano.

Nelle intenzioni di regioni e governo i provvedimenti che stanno per essere adottati dovrebbero porre un argine a questa nuova avanzata del virus. Trascinata molto dai non vaccinati e in qualche misura anche dalla riduzione dell’efficacia del vaccino dopo sei mesi, la nuova ondata assume connotati diversi regione per regione. Il Friuli Venezia Giulia, ad esempio, è ormai prossimo alla zona gialla. Secondo i dati di Agenas aggiornati al 22 novembre, le tre soglie spia di un peggioramento sono state superate: le terapie intensive sono occupate al 15% da malati Covid, una percentuale che va ben oltre il tetto del 10%. I positivi occupano poi il 17% nei reparti di area non critica. Secondo le regole dopo il 15% si va in giallo. Stessa cosa per l’incidenza settimanale: segna, sulla settimana scorsa, 317,44, più di sei volte il limite, posto a 50.

Pesa sulla regione una percentuale di non immunizzati un po’ più alta rispetto al dato nazionale. “ll 18% di non vaccinati comporta il 70% di ospedalizzati”, aveva detto Fedriga, alla vigilia della conferenza delle regioni che aveva convocato. La sua linea, su un green pass rafforzato - che comporta di fatto l’esclusione dei non vaccinati dalle attività che si fanno nel tempo libero - ha convinto tutti e a breve si tradurrà in un provvedimento. Il governatore leghista dovrà però continuare a fare i conti con una circolazione importante del virus nella sua regione. A guardare i grafici si nota come la curva - trascinata in alto nelle settimane scorse dai cortei no green pass di Trieste - si stia leggermente addolcendo, ma ancora la discesa non è iniziata. Oggi sono stati registrati 414 nuovi contagi e cinque morti. Le persone ricoverate in terapia intensiva scendono a 25 (-1), mentre i pazienti in altri reparti sono 229 (+6). Non sono dati rosei, anche se non si può non notare quanto più critica fosse la situazione esattamente un anno fa. Il 23 novembre 2020 il Fvg era in zona arancione, i positivi di giornata erano 675, i ricoverati in terapia intensiva 56 e i degenti negli altri reparti 545. Nonostante i no vax a Trieste e dintorni siano più che altrove, il vaccino ha contribuito a tenere a bada il virus.

Si guardano con attenzione le curve anche in Veneto, dove però la zona gialla è più lontana, perché i ricoveri sono sotto controllo. “Che ci sia una recrudescenza del virus è sotto gli occhi di tutti. Ma dobbiamo sottolineare che per fortuna questa ondata propone uno scenario diverso dagli altri. E lo fa perché ci sono i vaccinati, altrimenti saremmo di nuovo in piena emergenza. Parlo del Veneto perché conosco meglio i numeri: oggi abbiamo avuto un migliaio di contagiati e 450 ricoverati, di cui 71 in terapia intensiva”, ha detto Zaia oggi al Messaggero. Il governatore del Veneto fu il primo, insieme al collega lombardo, a trovarsi con il virus in casa. Era a Vo’ Euganeo, provincia di Padova, uno dei primi focolai di Covid e Veneto era Adriano Trevisan, il primo morto accertato per il virus. Intervistato dal Corriere su quei giorni tra fine febbraio e inizio marzo 2020, ha raccontato di aver pianto di fronte a una situazione che non si riusciva ad arginare. Sono passati quasi due anni e il Covid resta un nemico, ma non è più sconosciuto, e per Zaia - che propone di ripristinare i controlli anti Covid alle frontiere - gli obiettivi ora sono due: “Il primo è non chiudere più, il secondo dare una risposta a chi si è vaccinato”. Quanto il vaccino abbia funzionato in uno dei cuori produttivi dell’Italia si capisce dal confronto dei dati. Oggi si registrano 1632 casi e otto morti. I ricoverati in terapia intensiva sono 77, sei in più di ieri, i degenti nei reparti ordinari sono 335, 23 in più di ieri. Cifre in risalita, certo, ma esattamente un anno fa il Veneto era in zona gialla ma a un soffio dal peggioramento, tanto che il governatore sosteneva che bisogna preparare “l’arma finale” contro il virus. I positivi, il 23 novembre 2020, erano più di 2500, i morti 37. I ricoverati in area critica erano 290, quattro volte in più di oggi. I degenti nei reparti ordinari superavano abbondantemente le 2000 unità.

In prima fila a chiedere il super green pass anche il presidente della Lombardia, Attilio Fontana: “Non deve esserci inerzia: l’importante è tutelare la sicurezza delle aperture, la continuità delle attività commerciali e imprenditoriali e tutelare chi ha fatto proprio dovere, rispettando richieste dello Stato”, ha detto ieri. Travolta per mesi nel 2020 dal virus - che ha causato, solo in quei confini, quasi 35mila morti - la Lombardia si è lasciata la fase più tragica alle spalle. I dati sul virus degli ultimi giorni mostrano una circolazione stabile ma ancora contenuta, una certa lontananza dalla zona gialla: ieri sono stati registrati 662 casi e 11 morti, in terapia intensiva ci sono 65 persone, 686 letti sono occupati nei reparti Covid, 20 in più di ieri. L’incidenza è elevata, ma nulla di paragonabile a quanto succedeva un anno fa, quando le persone ricoverate in rianimazione - solo in quella regione - erano 949, quasi il doppio dei degenti attuali in tutta Italia. Il 22 novembre 2020 inoltre i positivi erano 5094 e la regione era rossa, con i negozi e le scuole chiuse, forti restrizioni alla libertà di movimento, l’economia rallentata, Milano ferma. Settimane dure, di cui Fontana - che ieri ha incontrato Salvini insieme a Zaia - vuole scongiurare il ritorno.

Partito diverso - è di Forza Italia - stessa linea per Alberto Cirio. Il governatore del Piemonte solo pochi giorni fa diceva: “Se dobbiamo immaginare delle restrizioni, crediamo non debbano interessare i vaccinati, che hanno fatto una scelta di fiducia nei confronti dello Stato”, specificando che un anno fa il virus faceva alla regione dieci volte più male rispetto a oggi. Il confronto, anche in questo caso, chiarisce ogni possibile scetticismo. Ieri in Piemonte sono stati registrati 372 nuovi casi, 445 domenica. I decessi sono stati tre, in terapia intensiva sono ricoverate 30 persone, nei reparti ordinari poco meno di 350. Esattamente un anno fai morti erano quasi 70, i ricoveri in terapia intensiva sfioravano i 400, quelli nei reparti ordinari superavano i 5mila. I positivi registrati in un solo giorno erano 2641. La situazione era tale che il Piemonte era in zona rossa. E fasi in questo colore ne avrebbe passate varie.

Tra i primi sostenitori, subito dopo Fedriga, del super green pass, Giovanni Toti più volte negli ultimi giorni ha chiesto al governo di fare in fretta per le nuove misure: “Dobbiamo correre, abbiamo gli strumenti per far sì che il covid non faccia così male eppure sta continuando a crescere”. L’incidenza nella sua Liguria è altina, ma la tenuta di ospedalizzazioni e terapie intensive allontanano la regione dalla zona gialla. Ieri sono stati registrati 137 positivi, domenica 313. Due i decessi, 136 i ricoverati, 18 i posti occupati in terapia intensiva. 15 erano non vaccinati, si legge nel bollettino della regione.

Una curva che, a guardare i dati, cresce. E il presidente, che anche in fasi più complesse chiedeva di riaprire, per tutelare le attività economiche, non può che guardarla con attenzione. Anche in questo caso, però, a fare il confronto con l’anno scorso non si può non notare quanta strada sia stata fatta grazie ai vaccini. L’anno scorso a Genova erano state create, già da ottobre, delle micro zone rosse, nei quartieri dove il contagio era più alto. Della situazione in Liguria si parlava poco, perché il basso numero di abitanti rispetto alle altre regioni del nord le consentivano di non essere ai primi posti tra i territori con la situazione più critica. Eppure il 22 novembre 2020 la regione governata da Toti era in zona arancione, e ci sarebbe rimasta fino ai principi di dicembre, i positivi erano 611, i ricoverati 1375. In terapia intensiva c’erano 122 persone. Il quadro epidemiologico, con la scia di morti e di sofferenza che portava con sé, era serio, e l’economia compromessa. In Liguria come altrove. Grazie al vaccino difficilmente uno scenario simile potrebbe ripetersi. Ora che non combattiamo senza armi, l’obiettivo dei governatori del nord è fare in modo che il Paese, e il loro territorio, non si fermi di nuovo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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