Che beffa: tradito dalla moglie, ora i giudici lo obbligano a mantenere i figli non suoi

Tradito e poi beffato (foto d’archivio Getty)

A Modena un uomo dovrà subire un destino beffardo: mantenere dei figli non suoi che cresceranno sotto la cura della ex moglie.

Una sentenza del tribunale lo inchioda a questo destino, nonostante lui non abbia nulla a che vedere con i figli partoriti dalla moglie separata, due gemelli. E soprattutto nonostante la presenza non più di un atroce sospetto, ma di una conclamata verità scientifica. Infatti è stato il test del DNA a confermare che i due gemelli hanno un padre diverso. Quest’ultimo però non dovrà sborsare un euro, perché sarà il tradito a mantenere economicamente i pargoli.

La Corte di Appello di Bologna ha pronunciato questa sentenza, che ha fatto molto discutere, nella quale si spiega che l’obbligo di mantenimento non cesserà perché la tutela dei minori è un interesse superiore rispetto al danno subìto dall’uomo.

All’origine della vicenda, in un paese della provincia emiliana, c’era stato un sospetto. L’uomo sapeva dentro di sé che era stato tradito, ma non aveva potuto (o non era riuscito) fin da subito mettere nero su bianco la faccenda. Nel 2013 infatti il giudice di Modena diede torto all’uomo, che voleva già allora disconoscere la paternità. La Corte di Appello, accolte le rimostranze dell’uomo, aveva disposto una consulenza tecnica che nel 2016 ha dato l’esito che lui si aspettava. I giudici infine hanno respinto il ricorso finale spiegando che il provvedimento richiesto avrebbe privato i minori di una delle due persone tenute al loro mantenimento.

La domanda è: perché quell’uomo deve continuare a essere considerato “padre legale” di due bambini che non sono suoi?
La legge fissa paletti chiari, seppur possano non essere del tutto condivisibili (soprattutto da lui). Prima di tutto il figlio nato dalla madre sposata si presume sempre che sia figlio del marito, e ciò risulta valido anche per i figli nati entro 300 giorni dopo l’udienza della separazione (consensuale o giudiziale). Inoltre la madre può disconoscere la paternità entro 6 mesi dalla nascita o da quando scopre l’impotenza del marito, mentre il padre può farlo entro un anno dalla scoperta del tradimento o dell’impotenza. Il problema dell’uomo protagonista della vicenda è che ha depositato questa domanda prima dopo il compimento del 1° anno di vita, e il ricorso dopo il compimento del 5° anno di età dei “figli”: una postilla burocratica, dunque, che lo ha lasciato senza scampo.

Il marito ha iniziato il processo dopo che era passato oltre un anno da quando (nel 2009) aveva avuto certezza del tradimento. La domanda dunque è arrivata tardi. Ora l’uomo potrebbe probabilmente agire nei confronti della moglie chiedendole il risarcimento dei danni subiti a causa del comportamento ingannevole assunto durante il matrimonio, ma resterebbe comunque l’obbligo di mantenimento.