"Che Berlusconi salga o meno al Colle per l’area liberale è un epilogo"

·7 minuto per la lettura
(Photo: Simona Granati - Corbis via Getty Images)
(Photo: Simona Granati - Corbis via Getty Images)

“La candidatura di Berlusconi al Quirinale, come le altre, deve soddisfare alcune ragioni di interesse nazionale affinché il Paese mantenga la stabilità e la credibilità internazionale. E tocca ai partiti più grandi della coalizione di centrodestra prendere posizione sul tema”. Gaetano Quagliariello, senatore ed ex ministro delle Riforme, tra i soci fondatori di Coraggio Italia, entra nell’intricata partita per il dopo-Mattarella per ora ingessata dalle ambizioni del leader di Arcore. E fa il punto sulla federazione che Renzi e Toti potrebbero siglare la settimana prossima: “Si parte dall’aggregazione dei gruppi in Parlamento, ma l’offerta sarà aperta a tutti, chi resterà fuori è perché vuole ballare da solo. Nel patto federativo un punto dirimente sarà la revisione della legge elettorale”. Perché, spiega l’ex “saggio” voluto dal presidente Napolitano nella commissione sulle riforme istituzionali, comunque finisca la corsa del Cavaliere “per l’area liberale sarà un epilogo e un punto di svolta, dal giorno dopo ci sarà uno spazio politico da organizzare”. Ma avverte: “Se si vota in modo difforme sul Colle, poi sarà difficile mettersi insieme”.

Berlusconi è il vostro candidato al Colle, senza se e senza ma, e senza subordinate?

Mi ritengo un liberale conservatore, e Berlusconi ha indubbiamente cambiato la storia politica di quest’area. A un certo punto, che è coinciso con la liquidazione del PdL, poteva scegliere se essere il precursore di una forza politica organizzata, come ha fatto De Gaulle e forse farà Macron, oppure rendere la sua discesa in campo un’esperienza personale che non prevede successioni. Il bivio era questo.

La risposta è nota.

Ha scelto la seconda strada, ed è il motivo per cui alcuni di noi – me compreso – sono usciti dal percorso. Adesso dal punto di vista di Berlusconi è coerente e legittimo aspirare al Quirinale come evoluzione della sua strada autonoma.

E dal vostro punto di vista, invece? Toti ha detto: a Silvio vogliamo bene ma rischia la fine di Prodi. È così?

Berlusconi ha posto la sua candidatura all’interno della coalizione di centrodestra e gli è stato risposto con un ragionamento più complessivo. Mi pare evidente che la sua, come qualsiasi altra candidatura, deve soddisfare alcune ragioni di interesse nazionale. Bisogna fare in modo che il Paese mantenga la stabilità e non si compromettano le conquiste appena fatte: il Pnrr, la riacquistata credibilità internazionale, la lotta alla pandemia ancora in corso che implica l’esigenza di preservare il massimo di unità nazionale possibile.

Insomma: Berlusconi presidente della Repubblica se non si va al voto, non cambia la maggioranza e Draghi resta al suo posto. Un’alchimia non semplicissima. Ma il Cavaliere l’ha capito, secondo lei?

È evidente che nel centrodestra ci sono partiti maggiori che hanno più responsabilità di noi e che su questo tema devono prendere posizione. Ma comunque finisca questa vicenda, per l’area liberale rappresenta un epilogo. Che Berlusconi salga o meno sul Colle, la sua parabola personale arriverà a compimento in un modo o nell’altro. Quindi, chi oggi abita quell’area vive un’inevitabile ambiguità: deve ovviamente da un lato discutere all’interno del centrodestra ma anche prefigurare scenari futuri. Ci sarà uno spazio politico da organizzare: è questo il vero punto di svolta. E se si vota in modo difforme sul successore di Mattarella, il giorno dopo sarà molto difficile mettersi insieme.

Su questo la pensa come Draghi. Ma sia esplicito: sospetta che Salvini e Meloni agitino il fantasma del gruppone centrista titubante, con relativi franchi tiratori, per convincere Berlusconi a ritirarsi dalla corsa o peggio? Cioè, sperano che siate voi a togliere loro le castagne dal fuoco?

Non ho nessun elemento per ritenere che sia questo il loro gioco. Ma dico con chiarezza che questo non avverrebbe in nessun caso. Se avremo dubbi o perplessità li esporremo nelle sedi opportune, ma non saremo certo noi a determinare una situazione che esuli dagli accordi presi.

Quando però lei evoca la stabilità e la credibilità internazionale, il nome che viene in mente è quello dell’attuale premier. Voi di Coraggio Italia proponete, in sostanza, un patto di maggioranza per fine legislatura. Ma non le sembra che la maionese sia già impazzita e non sussistano più le condizioni?

A me sembra più incredibile che avvenga il contrario. Certo, c’è un impazzimento della situazione che è conseguenza di coalizioni fragili e liquide. Ma serve realismo: meglio continuare con questo assetto o andare a votare mettendo a repentaglio la stabilità ottenuta e la lotta al virus, colpendo negativamente i mercati? E mancando di consolidare il Pnrr che non solo in gran parte deve essere ancora erogato ma soprattutto andrà in gran parte restituito sicché farlo fruttare è un’esigenza vitale? Tanto più che dopo le elezioni l’instabilità crescerebbe a causa della legge elettorale che non funziona?

Durante la Seconda Repubblica il centro è sempre rimasta una suggestione, l’Udc di Casini che ne è stata l’incarnazione più forte non ha mai raggiunto le due cifre. Crede che la strada della federazione a cui stanno lavorando Toti e Renzi avrà risultati migliori?

Partiamo dagli obiettivi. Ho vissuto la fase della politica basata su partiti personali o liquidi, un sogno coltivato da grandi pensatori ma sempre fallito. E’ vero che i partiti si evolvono, non sono più lo “Stato nello Stato” che ti organizza pure il cineforum. Ma la parabola del M5S, che non considero negativa perché il sistema ha vinto sugli anti-sistema, dimostra che alla fine i partiti servono. Devono però riprendere identità, idee e competenze. Deve nascere, come nei grandi Paesi europei, un grande partito liberale centrale che contenga tutte le sensibilità di quell’area. La Dc è stata questo, e anche Forza Italia nella sua prima breve versione. L’attuale sistema è ostaggio di posizioni estreme, sovranismo contro populismo. Per la prima volta c’è davvero lo spazio per rifondare il centro.

L’obiezione è che vi manca un leader.

Passo per passo, c’è un anno di tempo. È indubbio che serva un leader, ma con caratteristiche diverse da quelli sovranisti e populisti: credibile, sostenuto da una classe dirigente adeguata, capace di svolgere un lavoro a tempo ed essere sostituito senza che il partito crolli. E mi lasci dire che in Parlamento non vedo un’area con una classe dirigente migliore della nostra.

Renzi e Toti puntano a una pattuglia di 80 grandi elettori e un patto federativo da sottoscrivere, forse già la settimana prossima. Cosa ci sarà scritto nel vostro documento?

Lo schema sarà quello della federazione, ma sarà una proposta larga. L’accordo tra Renzi e Toti sarà un punto di partenza, non un modo per mettere insieme 80 voti. Vogliamo che la nostra offerta diventi lo spartiacque tra chi crede in una vicenda collettiva e chi vuole ballare da solo.

Parla a Renzi?

Ancora di più a Calenda. Poi ci sarà una base di idee e valori, su minimi comuni denominatori. Io, ad esempio, sui temi etici ho idee diverse da altri.

Farete i gruppi unici in Parlamento?

E’ chiaro che si deve partire dall’aggregazione parlamentare. In concreto ci muoveremo anche sulla base dei regolamenti delle Camere: si può andare dal patto di unità di azione al gruppo unico con sottogruppi.

In questo ragionamento c’è un convitato di pietra: la legge elettorale. E se non cambia?

Non è che la legge elettorale non funziona rispetto a questo schema: non funziona, punto. Sono uno degli unici due eletti non grillini nei collegi del Sud e mi trovo a rappresentare, come centrodestra, chi simpatizza con i No Vax o finisce sotto scorta perché favorevole al green pass. Non sono giacobino: le riforme seguono l’evoluzione sociale, ma se l’obiettivo è ridefinire grandi partiti la legge elettorale deve cambiare.

In senso proporzionale?

Ho sempre sostenuto il maggioritario, ma bisogna adeguarsi al contesto. Oggi l’impianto dei collegi non regge. Non mi impicco alle formule, ma la legge elettorale va rivista. E questo deve essere un punto dirimente del patto di federazione che andremo a stipulare. Come anche i meccanismi di potenziamento della partecipazione, trasparenza e democrazia interna dei partiti previsti dall’articolo 49 della Costituzione.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli