Che cosa la Francia ha imparato dagli attentati del 2015

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Nei prossimi mesi centinaia di vittime testimonieranno ai processi degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015. La loro voce ha contribuito anche a far ripensare i sistemi di soccorso e di assistenza in caso di attacchi di massa.

Un calvario senza fine

L'8 settembre si è aperto il processo per gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 in cui rimasero uccise 130 persone. Fra di loro Estelle, morta a 25 anni nell'attacco alla sala concerti Bataclan. Sua madre, Marie, è venuta dalla Bretagna per assistere al processo. La sua testimonianza come parte civile è prevista per ottobre.

"Quel giorno parlerò di quello che è successo il 13 novembre, ma anche di quello che è successo dopo - ci svela -. E dei giorni successivi, e dei mesi, e anche degli anni che si sono succeduti. Perché questo ha cambiato la mia vita, e molte altre vite. E non è finita con queste ferite".

Ferite di cui Marie ha accettato di parlarci.

A informarla della morte della figlia la sera dell'attacco è stato il compagno della giovane. Marie e suo marito sono subito andati a Parigi. Ma è stato solo dopo diversi giorni di ricerche che la coppia è stata chiamata a identificare il corpo all'Istituto medico-legale di Parigi. Lei racconta il suo calvario: "La segretaria ci fa sedere nel suo ufficio e ci fa compilare dei fogli... Ci chiede: ma siete stati alle pompe funebri? Bisognerà occuparsene! Vostra figlia sarà inumata o cremata? Noi siamo storditi, non sappiamo nemmeno se lei è lì... E ci danno cinque minuti per vedere nostra figlia dietro un vetro. E poi, per una settimana, non ci dicono più niente. Dopo di che ci chiamano per la chiusura della bara e per recuperare la salma. Eravamo cinque famiglie, tutti convocati alle 14, tutti allo stesso tempo. Entriamo in un corridoio. Ci sono cinque camere mortuarie in fila. E fra le 100 e le 150 persone, tutti allo stesso tempo. C'era gente che sbagliava stanza... Era il caos totale. Gente che urlava, gente che piangeva nel corridoio, gente che cadeva... E poi, entri nella camera mortuaria e ti dicono che hai 30 minuti, non uno di più. La mettono nella bara, poi tutte le bare in fila vengono messe nei carri funebri, e basta, finito. Sono cose che non dimenticherò mai..."

Solo un esempio delle molte difficoltà in cui si sono trovati invischiati i parenti delle vittime degli attentati del 2015. A partire dagli errori d'identificazione, che hanno portato alcune famiglie a piangere su corpi che non erano quelli dei loro cari.

Le lezioni apprese dagli errori

A sei anni di distanza i meccanismi di sostegno alle vittime degli attentati sono stati ripensati, si è passati dall'assistenza immediata a un sostegno a lungo termine.

L'ospedale della Pitié-Salpétrière è diventato un centro di riferimento per la gestione delle crisi. Mathieu Raux, primario di medicina intensiva, ha coordinato l'accoglienza di decine di feriti la notte del 13 novembre. Da allora l'ospedale ha migliorato la sua preparazione, ad esempio formando il personale medico in medicina di guerra e gestione delle crisi, installando nuovo software o creando un'unità dedicata all'identificazione delle vittime.

"Quello che abbiamo imparato, al di là dell'organizzazione dell'ospedale, che è il nostro campo d'azione, è una migliore capacità d'identificare le vittime e una migliore capacità di prenderci cura di loro - spiega Raux. - Non tanto dal punto di vista fisico - abbiamo già una solida esperienza su questo aspetto -, ma sul piano dell'assistenza psicologica. Una migliore capacità di assistere i parenti delle vittime, sia in ospedale sia nelle procedure per ritrovarle. E abbiamo imparato a fornire un migliore sostegno al personale. Perché anche il personale medico è vittima di una forma di trauma".

La delegazione interministeriale per il sostegno alle vittime, dipendente dal ministero della giustizia, coordina le politiche pubbliche in questo ambito. E cerca di migliorare i meccanismi di sostegno e di monitoraggio a lungo termine delle vittime e delle loro famiglie, in particolare in termini di sostegno psicologico, risarcimento e ritorno al lavoro. Sono stati anche dispiegati nuovi strumenti gestiti dal ministero dell'interno, dai servizi di emergenza e dagli ospedali. Ce li elenca Frédérique Calandra, delegata interministeriale al sostegno alle vittime: "Nel 2018 sono stati creati Sinus e Sivic, due sistemi informatici di aiuto all'identificazione delle vittime che consentono di ridurre gli errori, i doppioni, i falsi allarmi e così via. Ed è appena stato pubblicato un decreto che istituisce la creazione di Sivac, il sistema interministeriale d'informazione delle vittime di atti di terrorismo e di catastrofe. È la tappa successiva nel miglioramento dei sistemi di condivisione dell'informazione. Ci sono fino a 11 diverse amministrazioni e almeno 7 ministeri che possono essere coinvolti nella gestione di attentati di massa, catastrofi naturali, o di qualunque evento estremamente grave che coinvolga molte vittime".

Altra novità, un'unità di crisi che può essere attivata dal primo ministro o dal ministro dell'interno in caso di attentato, di calamità naturale o d'incidente grave di qualsiasi natura. Abbiamo assistito a una simulazione di attacco terroristico, mentre il vice direttore Yves Hocde ci descriveva di che cosa si tratta: "È una piattaforma telefonica per rispondere a parenti o vittime di un evento. Disponiamo di un sistema che ci consente di avere più di 50 persone in grado di rispondere immediatamente. E se la quantità di chiamate lo richiede, aggiungiamo personale della Croce Rossa, a seconda delle dimensioni dell'evento".

Vittime ma non per sempre

Arthur Dénouveaux, un sopravvissuto del Bataclan, è il presidente dell'associazione delle vittime degli attentati Life for Paris, ed è fra coloro che hanno lottato per un migliore riconoscimento dello status delle vittime degli attentati allo scopo di facilitare le procedure, in particolare per la compensazione e il rimborso delle spese mediche, incluse quelle per l'assistenza psicologica.

Dénouveaux sarà un altro testimone del processo, che per lui dovrebbe anche permettere alle vittime di voltare pagina: "Ci siamo battuti per una semplificazione - dice -, perché il riconoscimento di status di vittima includa tutti i diritti di una vittima. Poi abbiamo pensato: si diventa vittime molto rapidamente e in modo molto passivo. Lo Stato, lo società, noi in quanto vittime, facciamo davvero tutto il possibile per non essere più vittime a un certo punto? E una delle nostre battaglie principali è che non si resti etichettati a vita. Ma una parte di questa battaglia spetta a noi stessi. Arriva un momento in cui siamo noi a doverci liberare dell'etichetta"

Gli errori dell'intelligence

Per Jean-Pierre Albertini, il cui figlio Stéphane è stato ucciso al Bataclan, i veri problemi sono altri. Nel libro Mourir au Bataclan, scritto in omaggio al figlio, denuncia gli errori commessi nella lotta all'Islam radicale. Ai nostri microfoni si sfoga così: "C'è una medaglia, una medaglia per le vittime del terrorismo. C'è una medaglia! Quando uno Stato preferisce distribuire medaglie piuttosto che combattere contro una certa ideologia, significa che ammette di trovarsi un po' in un vicolo cieco".

Eppure dal 2017 diverse decine di attacchi terroristici di matrice jihadista sono stati sventati in Francia e in tutta Europa. Il risultato del lavoro svolto dopo l'amaro fallimento rappresentato dagli attentati del 2015, perpetrati da individui noti ai servizi d'intelligence europei, ricorda l'esperto di terrorismo internazionale Jean-Charles Brisard: "Ci si è presto resi conto che queste reti erano transnazionali, che le frontiere per loro erano irrilevanti e che l'importante era poter scambiare informazioni operative con le controparti estere. Ora c'è una migliore cooperazione fra gli stati e questo è notevole e importante per il futuro. Soprattutto, le organizzazioni terroristiche che ci minacciano, che ci minacciavano, sono state notevolmente indebolite dalle offensive militari. Quindi la minaccia esiste ancora, naturalmente, ed esiste anche la volontà di questi gruppi di colpirci. Ma pensiamo che questo rischio oggi sia molto ridotto rispetto al rischio della minaccia endogena".

Una minaccia che mette in prima linea i servizi d'intelligence nazionali: solo in Francia dal 2015 il numero degli effettivi è raddoppiato.

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