Che cosa possono fare gli smartwatch contro le epidemie

Paolo Fiore

C'è una giacimento (quasi) inesplorato che potrebbe aiutare in caso di epidemia: i dati dei pazienti. Sfruttarlo non è semplice: di mezzo ci sono costi, norme, privacy, tecnologia e resistenze incrociate. Gli strumenti per estrarli sono già sui polsi di milioni di persone: smartwatch e le smartband, i bracciali per il fitness.

La prospettiva (per ora è una prospettiva) che possano dare una mano c'è. Attenzione però: niente auto-diagnosi. Il ruolo dei dispositivi indossabili in un'epidemia sarebbe un altro: raccogliere e diffondere informazioni utili. Mica poco. Perché, come dimostra il coronavirus, la tempestività non è tutto ma è tanto.

Smartwatch per tracciare i contagi: uno studio

Il 16 gennaio, The Lancet Digital Healt ha pubblicato uno studio in cui un team americano ha osservato la diffusione di “infezioni stagionali, come l'influenza”, attraverso i dati raccolti con bracciali Fitbit. I ricercatori sono partiti da 200 mila utenti, le cui informazioni sono state rese anonime prima di essere elaborate. Hanno poi osservato 47.249 individui, che in cinque Stati (California, Texas, New York, Illinois e Pennsylvania) hanno indossato smartwatch e band identici a quelli in commercio. Nessun sensore particolare, quindi.

L'obiettivo è stato predire la diffusione dei contagi analizzando il battito cardiaco (che accelera in caso di infezione) e il ritmo sonno-veglia. Comparando le stime degli Us Centers for Disease Control, i ricercatori sono riusciti a fornire previsioni più efficaci. Ma, soprattutto, sono riusciti a farlo – in tutti e cinque gli Stati - in tempo reale, senza quello scostamento di uno-tre settimane degli organi ufficiali. Sapere subito vuol dire agire prima. Informazioni come queste, si legge nello studio, “potrebbero essere vitali per attuare misure tempestive di risposta alle epidemie e prevenire l'ulteriore trasmissione di casi”.

Non si tratta però di una soluzione pronta all'uso. Come ammettono gli stessi autori, la strada è ancora lunga. Per diversi motivi. La platea degli utenti analizzati è stata, tutto sommato, contenuta. Lo studio si è concentrato sulla diffusione di disturbi simil-influenzali (cioè generici, con febbre e tosse) e ha rivelato sintomi già palesi.

I nuovi confini del benessere

“Dobbiamo essere seri e dire che i dispositivi consumer, oggi, non possono fornire una diagnosi”, spiega Antonio Bosio, product e solutions director di Samsung Italia. Il punto di vista che il gruppo ha sui propri dispositivi è chiaro: “I sensori che equipaggiano smartphone e wearable sono adatti al mondo del wellness perché non hanno apparati medicali”. Questo non vuol dire che non possano essere comunque utile. Ma l'indirizzo, almeno per i dispositivi di largo consumo, è un altro: “Realisticamente, nel rispetto della normativa, l'obiettivo è allargare il perimetro del wellness. Il maggior numero di sensori ci aiuterà a capire se abbiamo la febbre e misurerà le pulsazioni”. Niente diagnosi, quindi, ma – come nel caso dello studio americano - valorizzazione dei dati: “È possibile avere informazioni in tempo reale e veicolarle opportunamente”. Il pensiero va subito a smartphone e smartwatch. “Ma - sottolinea Bosio - potrebbero essercene molti altri. Ad esempio, un frigorifero connesso che suggerisca un'alimentazione e il trattamento del cibo più adatti”. Anche in caso di infezioni.

Non solo raccolta ma anche divulgazione

Bosio insiste quindi sul concetto di “benessere”, ma lo allarga. La tecnologia indossabile diventa lo strumento non solo per raccogliere ma anche per diffondere informazioni. Da una parte si potrebbero divulgare con più facilità “suggerimenti sui comportamenti virtuosi”. Dall'altra c'è il “monitoraggio dei parametri che, in momenti come questo, potrebbero essere d'aiuto agli specialisti per comprendere se il paziente merita approfondimenti”. Partendo dalla mappatura del proprio benessere, quindi, non sono escluse (in modo indiretto) ricadute sanitarie, anche in casi di emergenza. Se gli utenti sono monitorati a distanza, “non intaserebbero gli ospedali solo per ansia e si ridurrebbero i tempi di attesa e di intervento”.

I freni: tecnologia e costi

Sia chiaro: si parla ancora di prospettive e potenzialità, per quanto le cure da remoto siano già una realtà. Ampliarle però a interi Paesi e applicarle a un'epidemia è un discorso assai più complesso. Le criticità sono tante. “Se penso a situazioni critiche, come quella che stiamo vivendo" afferma Bosio "si deve avere la certezza che la tecnologia affidata agli utenti sia non solo perfettamente funzionante, ma anche semplice. Il pericolo, in caso contrario, è non rispecchiare lo stato reale di salute, facendo emergere falsi positivi o falsi negativi”.

Un altro problema tecnica riguarda l'evoluzione dei sensori. “Dovrebbero essere capacità di rilevare le condizioni in casi di emergenza. Non è detto che quelli per misurare la temperatura siano sufficienti”. C'è poi un aspetto economico: anche se, nel lungo periodo, l'efficienza potrebbe tradursi in risparmi sanitari, vanno valutati “i costi dei dispositivi e quelli per il funzionamento della piattaforma che li gestisce”.

Una piattaforma comune per i dati

Quando si parla di salute, si parla sempre di dati sensibili. Una volta raccolti, dove vanno a finire, chi li gestisce e come? Per Bosio è “fondamentale” costruire “una piattaforma nazionale o macroregionale, dove far confluire le informazioni”. Non è solo una questione di sicurezza del dato ma anche di funzionalità. “I dati devono far parte di un percorso strutturato e ben definito, che deve conciliarsi con il lavoro del medico e non ostacolarlo. Oggi invece il mondo della sanità è molto frammentato. In alcune regioni c'è già una gestione digitale e la possibilità di condividere il referto. In altre no. Manca l'analisi dei dati e la loro conversione in informazione”. In altre parole: non c'è una piattaforma comune. E senza un'ampia mole di dati condivisi, è difficile pensare di poter intercettare un'epidemia. O, senza arrivare alle emergenze globali, sfruttare quella materia prima digitale per trasformarla in cure più efficaci.

Il paradosso di un mondo interconnesso

Si crea così un paradosso: il coronavirus ha fatto capire plasticamente quanto i continenti siano legati l'uno all'altro. Eppure, su un pianeta che non ha mai prodotto tanti dati come oggi, sembra mancare proprio la loro condivisioni. Tra Stati che li tengono per sé e compagnie che li privatizzano. “Il mondo è interconnesso – spiega il manager di Samsung – e c'è condivisione nel mondo scientifico, ma non a livello di circolazione dei dati. Con gli open data, resi anonimi, è possibile avere grandi benefici. Le smart city che funzionano meglio sono quelle che usano dati aperti. Certo, è importante garantire che siano trattati adeguatamente ma si potrebbero evitare ritardi che ci sono stati anche nel caso del coronavirus”.

Norme e tecnologie in cerca di equilibrio

Insomma, la matassa è di quelle intricate. E a stringere ulteriormente i nodi è una questione di “ritmo”: “Parlando di salute, la politica opera sempre con grande cautela. Non è detto che sia un approccio sbagliato, ma provoca differenti velocità tra tecnologie e norme. Serve un punto di equilibrio”. È un tema che non si limita al contenimento delle epidemie, ma riguarda – più in generale – il rapporto tra innovazione e salute. Bosio usa un esempio datato che però rende l'idea: “Se ci fosse stata la Federal aviation administration, l'agenzia che gestisce l'aviazione civile negli Stati Uniti, il primo volo dei fratelli Wright non sarebbe esistito. Ma senza i fratelli Wright non esisterebbe la Federal aviation”.