"Che Draghi salvi la rete". Il coro dei partiti sull'affare Tim

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ROME, ITALY - NOVEMBER 17: Italian Prime Minister Mario Draghi ​and Albanian Prime Minister Edi Rama (not in picture) hold a joint press conference after their meeting at Palazzo Chigi, on November 17, 2021 in Rome, Italy. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images) (Photo: Antonio Masiello via Getty Images)
ROME, ITALY - NOVEMBER 17: Italian Prime Minister Mario Draghi ​and Albanian Prime Minister Edi Rama (not in picture) hold a joint press conference after their meeting at Palazzo Chigi, on November 17, 2021 in Rome, Italy. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images) (Photo: Antonio Masiello via Getty Images)

Una levata di scudi da tutti i partiti: il governo deve salvaguardare la rete, gli asset strategici devono essere protetti. All’indomani dell’offerta del fondo di investimento statunitense Kkr per l’intero pacchetto delle quote di Tim, è l’intero arco parlamentare a alzare la voce e mettere pressione al governo affinché si mettano paletti precisi agli investitori che tutelino quella parte di rete in mano alla società.

Parte in quarta Matteo Salvini, mettendo in chiaro il suo no “a un’operazione finanziaria che rischia di portare ad uno spezzatino di una realtà così importante per il Paese”. Il timore che si cela dietro le parole del leader leghista è quello che i nuovi acquirenti scindano l’azienda in due tronconi, da un lato una service company, nella quale incorporare i servizi agli utenti e sulla quale scaricare i debiti, dall’altro una net company che abbia come patrimonio la rete e che partecipi alla pioggia di soldi in arrivo previsti dal Recovery plan.

È anche, se non soprattutto, a quelli che guardano i partiti, la pioggia di miliardi dedicati alla digitalizzazione del paese, i bandi che metterà in piedi il ministero della Transizione digitale per portare la banda larga in tutta la penisola. Le soluzioni sono le più disparate, come la maggioranza che sostiene l’esecutivo di Mario Draghi.

Il Movimento 5 stelle torna a battere sul progetto mai andato in porto ai tempi del secondo governo di Giuseppe Conte, la creazione di una rete unica: “Cassa depositi e prestiti salga alla maggioranza, subito spin-off della rete, fusione con Open Fiber e nuova “service company” che promuova almeno il 50% di tecnologia italiana”. Una posizione molto vicina a quella di Leu, che con Stefano Fassina chiede “un intervento dello Stato che, nel quadro di una strategia delle telecomunicazioni, assicuri il controllo pubblico della rete”.

Inaspettatamente è Forza Italia ad accodarsi alla soluzione statalista nel prevenire l’incertezza: “Il disastro delle privatizzazioni all’italiana è sul punto di concludersi con la nostra prima società di telecomunicazione ceduta a un fondo Usa” dice il senatore Massimo Ferro, responsabile economico di Forza Italia. E prosegue: “Il governo può evitarlo esercitando il golden power e scegliendo la via della nazionalizzazione, almeno delle reti”. Una posizione quantomeno contro intuitiva da parte del partito della rivoluzione liberale, anche in considerazione del fatto che attualmente il principale azionista di Tim è la francese Vivendi. Il pressing arriva anche da un partito generalmente governista come il Pd: “La cosa più importante di tutte per la crescita e la democrazia, e’ che in Italia vi sia l’ambizione ad una rete unica sotto il controllo pubblico - dice infatti Graziano Delrio - E ciò che serve al Paese è la sicurezza della rete infrastrutturale e dei nostri dati”. Appena più prudente Italia Viva, che con Luigi Marattin frena ma fino a un certo punto: “Il golden power? Solo se l’interesse dell’Italia è in pericolo”.

L’opposizione per bocca di Giorgia Meloni chiede che il governo riferisca in Parlamento. Ma l’esecutivo fa quadrato, i ministri interessati si trincerano nel silenzio, i collaboratori rimandano al comunicato diffuso ieri dal Tesoro. “La situazione è delicata, è una società quotata, ed è ancora presto per pronunciarsi”, spiegano. Si attende il Cda dell’azienda fissato per venerdì, forse già prima potrebbe riunirsi il super comitato istituito ad hoc da Draghi, al quale parteciperanno sicuramente i ministri Franco, Giorgetti e Colao, ma anche il sottosegretario ai Servizi Franco Gabrielli, a testimonianza della delicatezza con la quale si maneggia la materia, e proprio su questo il titolare dello Sviluppo economico riferirà giovedì al Copasir. “Difficile che la direzione sia quella della rete unica”, spiega una fonte di governo, sottolineando le già note perplessità di Colao su questo tipo di soluzione, che si sommano all’incertezza dovuta all’offerta di Kkr. Draghi ha subito preso in mano il dossier, convinto da un lato che il fondo d’investimento Usa sia un partner affidabile, e che sia un buon segnale che mostri interesse al mercato italiano, dall’altro che la materia va gestita con le pinze. Da qui la consegna del silenzio ai suoi e l’attesa che la situazione si delinei prima di scoprire le proprie carte. Il golden power è sul tavolo, un’attenzione particolare anche per gli equilibri occupazionali, con i sindacati interni sul piede di guerra che hanno chiesto un incontro urgente all’esecutivo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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