Che impatto avranno le tecnologie sull'arte degli anni '20?

Entrare negli anni ‘20 non è semplice e, se la storia ci insegna qualcosa, bisognerebbe esserne eccitati e preoccupati allo stesso tempo. Negli ultimi anni lo sviluppo di intelligenza artificiale, di supporti per la realtà virtuale sempre più avanzati e di dispositivi per la realtà aumentata sempre più immersivi, ha impattato su vasti settori della società digitale, anche dando nuova linfa, e visibilità, all'arte digitale.

I 5 trend da aspettarsi nel campo dell'arte digitale per il 2020

Uno dei trend maggiormente auspicati è quello di una crescente collaborazione tra artisti digitali e brand, o per meglio dire istituzioni, imprese, industrie. In pratica, quei soggetti con capacità di investimento e voglia di comunicare, magari in modo sofisticato e complesso, rivolgendosi a pubblici sempre più settoriali e di nicchia, di fatto spezzettati, ma allo stesso tempo, riuniti sotto il grande ombrello della rete internet.

Se non fosse già uscito nel 2018 per i tipi di Mimesis, nella collana Eterotopie, il libro Arte, Tecnologia e Scienza di Marco Mancuso potrebbe essere benissimo visto come una novità di assoluto rilievo del 2020. Del resto, è proprio questo il pregio che può acquisire un saggio che porta in dote un bel po' di futurabilità.

La futurabilità nel caso specifico è data dalla capacità di offrire un quadro analitico piuttosto ampio e molto dettagliato, derivante in buona parte dall'esperienza di campo dell'autore. L'insieme analitico, con l'esposizione dello scenario coi suoi eventi, con gli artisti, le interviste e i casi di studio,  non resta cristallizzato sul passato e sul presente della New Media Art, ma riesce piuttosto a costruire uno strumento di ricerca abbastanza flessibile per comprendere al meglio un ambito in costante mutazione, evoluzione e avanzamento.

Leggi anche: Digicult, l'impatto delle tecnologie e della scienza sull'arte, il design e la cultura

Definendo le “Art Industries” come «industrie artistiche e culturali che producono beni, servizi e attività e che hanno la capacità di agire come catalizzatori di questo processo», Marco Mancuso mette in evidenza l'importanza del networking nella ridefinizione dell'industria culturale attraverso l'interazione costante tra approcci disciplinari diversi, che intersecano la ricerca industriale e scientifica, l'attitudine do it yourself, l'arte nelle sue forme più radicali. Un melting pot che nel corso degli anni si è un certo qual modo adagiato su un modello assistenzialista, che guardava ai bandi pubblici, ai progetti territoriali, nazionali o europei, mentre oggi si va sempre più verso un modello più orientato al finanziamento privato.

A partire dall'esposizione di Mancuso, si può ipotizzare che l'intuizione pratica dell'artista che guarda ai new media come ambito privilegiato d'espressione, può essere quella di intercettare i flussi discorsivi generati dal rapporto crescente tra scienza, industria, design, media digitali, magari senza necessariamente piegarsi esclusivamente alle logiche iperprodutive del capitale.

La prima parte del libro svolge il compito di accompagnare il lettore in un solido e articolato percorso storico e culturale, dove si ritrovano nomi di istituzioni fondamentali come quelli Bell Labs, MIT, Olivetti, o di artisti come Aaron Koblin e Chris Milk, coinvolti nella creazione di contenuti per serie cult come Mr. Robot e per il mitico cantautore Johnny Cash.

La seconda parte è ricchissima di esempi e offre una vasta galleria in cui la New Media Art viene esposta nei suoi diversi ambiti disciplinari, che spaziano dall'immaterialità dei codici di programmazione, fino alla concretezza materica degli spazi architettonici, o più semplicemente della modellazione di oggetti tramite stampanti 3D.

Non essendoci una vera e propria parte finale, ma una ricerca degli Scenari Futuri, Mancuso di fatto, dopo aver precedentemente cartografato i decenni passati, suggerisce interrogativi decisamente attuali rispetto al crescente dominio del capitalismo informazionale, dove i grandi agglomerati big-tech come Google dettano legge. Prodotti innovativi come Google Arts & Culture, o si pensi al più recente Google Lens, lasciando intendere che i confini della percezione umana stanno cambiando sempre di più e ciò, necessariamente, impatterà in modo sempre più decisivo non solo sulla produzione artistica, ma sulla fruizione, o sul remix, di tutto quanto è stato prodotto in passato.


La breve ed efficace post-fazione di Bruce Sterling dovrebbe forse suggerire di aspettarsi un futuro sempre più mascherato da iconici occhiali a specchio, che riflettono e allo stesso tempo nascondono? La risposta (non) è tanto nelle pagine di Arte, Tecnologia e Scienza, più che in qualche futura installazione di arte digitale, o ancora più semplicemente negli schermi che portiamo in tasca.