Che succede ora al patrimonio da 27 miliardi di Leonardo Del Vecchio?

Foto di archivio: Il nome Luxottica si riflette in un paio di occhiali da sole in questa fotografia scattata a Roma

di Valentina Za e Claudia Cristoferi

MILANO (Reuters) -Leonardo Del Vecchio lascia un impero da circa 27 miliardi di euro, dall'azienda di occhiali che è stata il lavoro della sua vita alla partecipazione in Mediobanca che ha costruito superata la boa degli 80. Del Vecchio, morto oggi all'età di 87 anni, era il secondo uomo più ricco d'Italia, secondo Forbes. La sua dipartita solleva interrogativi sul futuro delle varie attività in cui la sua holding Delfin era uno dei principali investitori. La seconda moglie di Del Vecchio, Nicoletta Zampillo, con cui si è risposato nel 2010 sette anni dopo il divorzio, erediterà il 25% di Delfin detenuto dal defunto marito. Il restante 75% della holding lussemburghese e' equamente suddiviso tra i sei figli di Del Vecchio. Ne ha avuti tre dal primo matrimonio, uno dalla seconda moglie Zampillo e due da un'altra relazione. Noto per mantenere un forte controllo sulle sue iniziative imprenditoriali, Del Vecchio deteneva i diritti di voto della partecipazione combinata in Delfin pari al 75% in capo ai suoi figli. Per garantire che tutti e tre i rami della famiglia siano coinvolti nel processo decisionale sugli asset di Delfin, lo statuto della holding prevede che sia necessaria una maggioranza dell'88,5% per approvare le delibere. "Del Vecchio sapeva che la situazione della sua famiglia era complessa e sul piano formale tutto e' stato fatto nella maniera migliore per prepararsi alle circostanze attuali", ha dichiarato Guido Corbetta, docente in Bocconi dove dirige l'Osservatorio AUB sulle aziende familiari all'interno della Cattedra Aidaf-Ey.

Nei mesi scorsi, Del Vecchio aveva ulteriormente modificato lo statuto di Delfin per garantire che, qualora avesse cessato di avere il controllo di oltre il 50% dei diritti di voto di Delfin, avrebbe potuto nominare un successore indicando il nome per iscritto al consiglio di amministrazione. Si prevede che la scelta ricadrà probabilmente su Francesco Milleri, braccio destro di Del Vecchio che negli ultimi dieci anni è passato dal ruolo di consulente IT di Luxottica a quello di amministratore delegato di EssilorLuxottica. "L'importante per la famiglia è rimanere unita per mantenere il controllo su EssiLux", ha detto Corbetta, sottolineando che il solido posizionamento competitivo del gruppo e la leadership consolidata di Milleri sgombrino il campo da motivi di preoccupazione. Delfin detiene anche una partecipazione del 27% in Covivio, quotata a Parigi, dopo che nel 2018 Del Vecchio ha fuso la sua società immobiliare italiana Beni Stabili con la rivale francese Fonciere des Regions. AFFARI DI FAMIGLIA Dei sei figli di Del Vecchio, solo il figlio di Zampillo, Leonardo Maria, ricopre un ruolo in una delle aziende di famiglia, dirigendo la divisione retail Italia di Luxottica. Claudio, il primogenito nato nel 1957 ed ex amministratore delegato del marchio statunitense di abbigliamento maschile Brooks Brothers, ha perso il suo posto nel consiglio di amministrazione di Luxottica nel 2015, nel mezzo della rivoluzione al vertice dopo la rottura tra Del Vecchio e l'ex AD Andrea Guerra l'anno precedente. Investitore di lunga data nella banca UniCredit con una quota del 2%, Del Vecchio era emerso negli ultimi anni anche come maggiore azionista di Mediobanca, di cui Delfin possiede il 19,4%. Del Vecchio si è scontrato con il capo di Mediobanca Alberto Nagel. Nell'ultimo anno ha anche aumentato la sua partecipazione in Generali, il principale gruppo assicurativo italiano, portandola al 9,8%, schierandosi con Francesco Gaetano Caltagirone in una battaglia per la leadership nel consiglio di amministrazione. I timori che Delfin possa tagliare le sue partecipazioni finanziarie hanno fatto scendere le azioni di Mediobanca e Generali del 3%. Stefano Caselli, professore di intermediari finanziari all'Università Bocconi di Milano, non esclude che gli eredi di Del Vecchio possano adottare una gestione "meno attivista" delle partecipazioni finanziarie ma ricorda come i paletti posti da Bce a un eventuale incremento della quota in Mediobanca avrebbero di fatto sortito il medesimo esito. "Bisognerà vedere se manterranno le dimensioni attuali. Ma queste aziende hanno una governance solida, molto probabilmente non cambierà nulla per loro", ha detto.

"Invece che pensare a Generali e Mediobanca, oggi dovremmo piuttosto interrogarci di fronte alla scomparsa di uno dei piu’ grandi imprenditori italiani e porci una domanda: il nostro paese e’ ancora capace di esprimere una tale capacita’ di visione e innovazione? Di creare un'impresa di dimensione globale dal nulla? Temo la risposta sia no".

(Valentina Za e Claudia Cristoferi; Editing di Stefano Bernabei)