Chi era Cecilia Mangini, la prima documentarista italiana della storia

Di Antonia Matarrese
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From Harper's BAZAAR

Facce e luoghi di un’Italia che esisteva quando c’era la Leica. Che però lei non si poteva permettere e per questo comprò una Zeiss Super Ikonta 6x6. Inizia così la storia umana e professionale di Cecilia Mangini, fotografa e documentarista morta ieri a novantatré anni. Di spirito indomito, nata a Mola di Bari ma vissuta tra Firenze e Roma, pioniera del cinema del reale, fu la prima donna a girare documentari nel dopoguerra: “Se mi si chiede cosa sono, io rispondo: sono una documentarista. Sono convinta che il documentarista è assai più libero del regista di film di finzione ed è per questo, per la mia indole libertaria con cui convivo fin da bambina, che ho voluto essere una documentarista. Il documentario è il modo più libero di fare cinema”, diceva. Nascono così piccoli capolavori come Ignoti alla città, Stendalì-Suonano ancora, sulla tradizione dei lamenti funebri nella Grecìa salentina, La canta delle marane, prodotti da un giovane Fulvio Lucisano e realizzati in collaborazione con Pier Paolo Pasolini. Che ritrasse più volte, ora al tavolo da biliardo con la stecca in mano ora stagliato, le mani nelle tasche del cappotto scuro, contro i palazzi fatiscenti delle periferie romane, dove i panni stesi sembrano perle di un rosario doloroso.

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Dentro l’obiettivo di Cecilia Mangini, fotografa per caso ("solo al ritorno da Lipari, sviluppando le foto delle cave di pietra pomice, ho capito che avrei potuto fare la fotografa"), cadono via via Charlie Chaplin e John Huston, Gina Lollobrigida ed Ennio Flaiano, Marcello Mastroianni e Curzio Malaparte, Alberto Moravia e Federico Fellini. Quest’ultimo è immortalato nel momento in cui, seduto alla macchina da scrivere, corregge un testo con la piuma intinta d’inchiostro. Molti di questi scatti sono stati raccolti in una mostra allestita nel 2017 al Museo delle Civiltà – Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma dal titolo "Cecilia Mangini-Visioni e passioni" curata da Claudio Domini e Paolo Pisanelli il regista pugliese che ha collaborato con Cecilia Mangini nell’ultimo periodo della sua vita. Sui muri bianchi dei saloni sconfinati nel palazzo al quartiere Eur, giganteggiavano anche le immagini del reportage in Vietnam, fatte a cavallo tra il 1965 e il 1966, da cui la fotografa avrebbe dovuto ricavare un film insieme al compagno di vita e di lavoro, Lino Del Fra. Con lui firmerà molti anni dopo Comizi d’amore Ottanta, lunga inchiesta in tre puntate che, partendo dalla lezione pasoliniana, affronta i temi della sessualità e dell’amore.

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Al centro della sua ricerca c’era l’universo femminile (Essere donne del 1965, una delle prime indagini sulla condizione delle donne in Italia, boicottato perché spietatamente sincero e il film su Grazia Deledda in Sardegna a cui stava lavorando proprio con Pisanelli): dalle anziane della sua Puglia che pregano alle bambine vestite a festa ma con i sandali perennemente impolverati, da Elsa Morante con la gatta rossa nell’intimità di casa alle ragazze soldato che leggono le istruzioni, in trincea, dietro ai fucili. Coraggio e determinazione. A dimostrare che "la fotografia in un paese come l’Italia degli anni Cinquanta non era una cosa per signorine".

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