La vita di Margherita Sarfatti, instancabile collezionista e biografa del Duce

Di Antonia Matarrese
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Photo credit: Mart, Archivio del ’900, Fondo Sarfatti
Photo credit: Mart, Archivio del ’900, Fondo Sarfatti

From Harper's BAZAAR

Spesso, nelle foto dell’epoca, compare come unica donna in un gruppo di uomini. Margherita Sarfatti (1880-1961), nata Grassini, agiata e coltissima famiglia ebrea veneziana, è stata giornalista, critico d’arte e ambasciatrice della cultura italiana nel mondo. “Mentore” di Benito Mussolini (di cui nel ’26 scriverà la biografia, Dux), con cui ha avuto un’intensa, lunga e tumultuosa relazione sentimentale iniziata quando erano entrambi socialisti, fu costretta a fuggire in Sudamerica a causa delle leggi razziali.

Photo credit: courtesy collezione Gaetani
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Proprio allora cominciò a disperdere la strepitosa collezione di quadri, disegni, sculture che aveva accumulato in maniera quasi compulsiva, spesso inseguendo amori o passioni fugaci per artisti del calibro di Mario Sironi e Umberto Boccioni.

Photo credit: Courtesy photo
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“Il suo gusto estetico mutava con gli anni: inizia con il simbolismo di Gaetano Previati e approda al Futurismo. Con Sironi dialoga sul tema del classicismo ma lo segue quando diventa espressionista e compra molte sue opere. Sicuramente è stata una delle donne che ha avuto più ritratti”, sintetizza Fabio Benzi, curatore della mostra "Margherita Sarfatti e l’arte in Italia tra le due guerre" (Roma, Galleria Russo, fino al 31 ottobre, ingresso libero), che mette insieme cinquanta opere di struggente bellezza. Dai bronzi di Medardo Rosso alla Danzatrice di Enrico Prampolini, dalle petunie di Giacomo Balla ai nudi di André Derain.

Photo credit: Courtesy photo
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E la fantasia corre indietro negli anni, alle case vissute da Margherita Sarfatti: quella romana, in via dei Villini, non lontano da Villa Torlonia, quella di Milano in Corso Venezia 93 e la storica Villa del Soldo a Cavallasca in provincia di Como, che oggi appartiene al FAI. Per queste stanze tappezzate di tele, la globetrotter della cultura italiana aveva scelto fra gli altri un caminetto disegnato da Marcello Piacentini, archistar del regime fascista: l’architetto donò un salotto per le nozze di Fiammetta, figlia di Margherita, con il conte Livio Gaetani d’Aragona nel 1935. Le sedie erano rosse. Di una modernità sorprendente.

Photo credit: Courtesy photo
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Tornata a Roma dopo la fine della seconda guerra mondiale, decise di abitare all’Hotel Ambasciatori di via Veneto dove, ancora oggi, spunta negli affreschi del salone opera di Guido Cadorin. Le fanno compagnia proprio Piacentini, Gio Ponti e l’adorata figlia Fiammetta.

Photo credit: courtesy collezione Gaetani
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In apertura: Margherita Sarfatti nel suo appartamento romano: alle sue spalle si riconoscono la Natura morta con caffettiera di André Derain e la Vergine di Adolfo Wildt, 1930 circa (Mart, Archivio del ’900, Fondo Sarfatti).