Chi ha paura di Giorgia Meloni? Non i Btp... per ora

Una foto di profilo della leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni

di Sara Rossi e Alessia Pe

MILANO (Reuters) - Né fuochi d'artificio ma nemmeno fulmini e saette: non aspettatevi né l'uno né l'altro scenario sul mercato obbligazionario il giorno dopo le elezioni.

Gli attuali livelli dei titoli di Stato - il tasso del Btp decennale intorno a 4% e lo spread su Bund a circa 230 punti base - da tempo incorporano una probabile vittoria della compagine di centrodestra, secondo alcuni osservatori.

A fare da ancora, i fondi messi a disposizione dall'Unione europea e la scarsa percentuale di debito italiano detenuta da soggetti esteri.

"La vittoria del centrodestra è completamente incorporata nei prezzi del mercato," dice a Reuters Alessandro Tentori, Cio di Axa Im per l'Italia. "In tutti gli scenari possibili - compresa una vittoria del centrodestra - non ci saranno ricadute sui Btp".

Della stessa opinione Lorenzo Batacchi, portfolio manager di Bper Banca, che prevede il tasso del Btp a 10 anni intorno a 4% e lo spread Italia-Germania sui 225 punti base, se si concretizzerà l'ampia maggioranza indicata dai sondaggi.

Gli ultimi rilevamenti assegnano al blocco formato da Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia circa il 45% dei consensi e la leader di FdI Giorgia Meloni è in predicato di divenire la prima premier donna della repubblica italiana.

Fin dall'inizio della campagna elettorale, Meloni ha puntato su un messaggio fortemente atlantista, garantendo l'impegno a fianco dell'Ucraina, e ha cercato di rassicurare gli investitori internazionali scongiurando lo spettro di una politica di bilancio disinvolta.

"Meloni sa già che vincerà e sta comunicando all'estero, e ai detentori del debito italiano, che lei non costituisce un problema", ragiona Battacchi, secondo cui un rendimento del decennale a 4% e non 5% implica che "forse, li sta convincendo".

A condizionare le mosse del prossimo esecutivo contribuiranno in modo decisivo gli oltre 220 miliardi di fondi Ue destinati a Roma nell'ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Secondo Scope Ratings il fatto che l'Italia sia il paese che più beneficia dei finanziamenti Ue crea forti incentivi affinché qualunque governo dopo il voto del 25 settembre implementi le riforme legate al Pnrr.

"La Commissione non permetterà all'Italia di rinegoziare in modo sostanziale il Pnrr", sostiene l'agenzia di rating.

Secondo Tentori, "se prima [del Pnrr] un'ingerenza [Ue] sulle scelte del governo era mal tollerata adesso non solo deve essere tollerata ma è richiesta".

TOTO-NOMINE E RATING POTENZIALI MINE

Non mancano però i rischi: possibili nomine divisive nei ministeri e nelle commissioni chiave ma anche interventi negativi dalle agenzie di rating.

"Una maggioranza solida è condizione necessaria ma non sufficiente affinché la legislatura venga portata a termine dalla stessa maggioranza politica", fa notare Eugenio Pizzimenti, docente di scienze politiche all'Università di Pisa.

Con alleati come Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, "che non credo staranno a cuccia facendosi dettare la linea da Meloni, le tensioni potrebbero riemergere".

Nel caso in cui emergessero frizioni sulle nomine del premier e dei ministri dell'Economia, degli Esteri e della Giustizia, secondo Batacchi di Bper, "il tasso del Btp decennale supererebbe 4% e lo spread si porterebbe a 250 punti base, con una certa volatilità finché il quadro delle nomine non sarà chiaro".

Dopo la crisi del governo di Mario Draghi sia S&P Global sia Moody's hanno abbassato l'outlook sul rating sovrano dell'Italia e cinque giorni dopo le urne è atteso il nuovo pronunciamento di Moody's.

Il debito pubblico, ormai a quota 2.770 miliardi o una volta e mezzo il Pil, è lo storico tallone d'Achille dell'Italia, soprattutto ora che la Bce sta alzando i tassi e potrebbe discutere già il mese prossimo di una riduzione del bilancio.

"Non vorrei che le mosse di S&P e Moody's fossero foriere di peggioramento del rating: questo sarebbe un vero problema per chiunque governi", avverte Tentori.

Una nota positiva per Roma è la costante riduzione della quota di titoli di Stato italiani in mano agli esteri. Secondo dati della Banca d'Italia, ha toccato in giugno il nuovo minimo da maggio 2019.

(-- Ha collaborato Angelo Amante, scritto da Sara Rossi, editing Giselda Vagnoni)