Chi sono i costruttori e perché si parla di edilizia (e demolizione) politica

Di Isabella Prisco
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Photo credit: Tetra Images - Getty Images
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From ELLE Decor

Nelle prime settimane del 2021 l'architettura è diventata metafora della politica italiana, che ha presto a prestito il linguaggio edilizio per parlare del futuro del nostro Paese. Nel discorso di fine anno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella diceva agli italiani "Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori. I prossimi mesi rappresentano un passaggio decisivo per uscire dall'emergenza e per porre le basi di una stagione nuova”, appellandosi all’urgente messa in opera di un rinascimento moderno con un messaggio di positività e fiducia che, nell’era dell’intangibilità, non si è dimenticato di rimandare al potere creativo e edificante delle mani e della mente.

Come abili progettisti, in epoca pandemica, possiamo immaginare gli artefici del domani a cui si rivolge il capo di Stato come fautori salvifici che, nell’impresa, non hanno né tempo per distrarsi, né energie e opportunità da sprecare. Ecco perché chiamarli “costruttori”, realizzatori operosi ed efficaci a cui oggi, con altre sfumature, si rivolge anche la politica.

La crisi di governo aperta la scorsa settimana dal leader di Italia Viva, Matteo Renzi (battezzato dal Financial Times the demolition man), vedrà infatti il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, presentarsi anche al Senato per capire, martedì 19 gennaio 2021, se sia il governo attuale a detenere ancora la maggioranza. Dal vuoto lasciato dai “renziani”, a Palazzo Madama si è innescata quindi una extra-ordinaria conta anzi, una “caccia”, come l’ha definita qualcuno, ai costruttori, intesi come i responsabili pronti a sostenere Conte per raggiungere la quota salvezza, ovvero 161 parlamentari.

“L'edilizia politica ha la sua nuova metafora”, ha titolato La Repubblica un articolo firmato da Stefano Bartezzaghi. Il giornalista e semiologo ha osservato infatti come l'anagramma della parola "costruttore" sia "tutto scorre", “un omaggio eracliteo alla tipica fluidità della politica italiana”. Il vocabolario che ruota intorno al buon vecchio mattone, storicamente posato (anche lessicalmente parlando) per vincere l’instabilità del tempo e dello spazio, può prestarsi quindi a significare dinamiche trasformiste come quelle che animano l’avvicendamento politico? Edificazione e demolizione possono co-esistere? Se nel merito politico non entriamo, di sicuro possiamo affermare che l’architettura, opera progettuale volta all’abitabilità e alla saldezza per antonomasia, ammette lei stessa un suo lato de-costruttivista, tanto da definire un vero e proprio movimento a riguardo. A New York, tra le sale del Moma, Philip Johnson organizzava infatti nel 1988 “Deconstructivist Architecture”, una mostra in cui furono esposti progetti di Frank O. Gehry, Daniel Libeskind, Rem Koolhaas, Peter Eisenman, Zaha Hadid, Bernard Tschumi e del gruppo Coop Himmelb(l)au. La rassegna “si concentra su sette designer internazionali il cui lavoro recente segna l'emergere di una nuova sensibilità”, recitava la nota stampa dell’epoca. “Gli architetti riconoscono l’imperfettibilità del mondo moderno e cercano di affrontare, citando Johnson, i "piaceri del disagio". Ossessionati da diagonali, archi e piani deformati, violano intenzionalmente i cubi e gli angoli retti del modernismo. I loro progetti continuano la sperimentazione avviata dal costruttivismo russo, ma l'obiettivo della perfezione degli anni '20 è sovvertito. Le virtù tradizionali di armonia, unità e chiarezza vengono sostituite dalla disarmonia, dalla frattura e dal mistero”. Espressione di una contemporaneità instabile, il decostruttivismo ha scomposto quindi il rigore matematico dell’architettura regnante, ricercando una sottile schizofrenia della forma e rifiutando la geometria dei volumi in favore della torsione e del piegamento dei materiali. Con l’intenzionalità di ritrovare nel caos un nuovo ordine.

Ma la politica, si sa, è tutta un’altra storia.