Chiese aperte, chiese chiuse. Cos'è successo a Roma?

"Le misure drastiche non sempre sono buone…". Parevano bastate queste parole pronunciate questa mattina da Papa Francesco - e ascoltate da chiunque, visto che dal 9 marzo la Messa a Santa Marta è in diretta su TV2000 - per spingere il cardinale Angelo De Donatis, vicario per la diocesi di Roma, a ritornare sui propri passi.

Era successo che ieri, con un decreto ad hoc, in linea con le decisioni del governo, aveva deciso che sino al 3 aprile l'accesso a tutte le chiese, non solo quelle parrocchiali, venisse interdetto al pubblico: oggi, però, eccolo emanare un nuovo decreto in cui  rimangono chiuse al pubblico le chiese non parrocchiali ma "restano invece aperte quelle parrocchiali", lasciando ai fedeli la responsabilità di attuare le direttive dei Decreti della Presidenza del Consiglio ovvero le distanze di qualche metro gli uni dagli altri.

Con la decisione del 12 marzo, De Donatis applicava a Roma l'orientamento della Cei che, dopo aver suggerito la sospensione delle Messe aperte al pubblico, invitava - "non perché lo Stato lo imponga ma per un senso di appartenenza alla famiglia umana" - anche alla chiusura delle chiese: la decisione finale però veniva lasciata ai singoli vescovi diocesani.

Chi aveva letto nel repentino cambiamento di opinione manifestato dai due decreti a distanza di un solo giorno, una sorta di "frattura" e quindi di "rimprovero" tra Papa Francesco e il cardinale De Donatis (e, con lui, la Cei), si sbagliava.

In una lettera ai fedeli della Diocesi di Roma resa pubblica pochi minuti fa, è stato lo stesso De Donatis a chiarire l'andamento di quanto avvenuto.

"Con una decisione senza precedenti - ha spiegato dapprima rispetto al decreto di ieri - , consultato il nostro Vescovo Papa Francesco, abbiamo pubblicato ieri, 12 marzo, il decreto che fissa la chiusura per tre settimane delle nostre chiese. Non ci ha spinto una paura irrazionale o, peggio, un pragmatismo privo di speranza evangelica. Ma l'obbedienza alla volontà di Dio. Questa volontà ci si è manifestata attraverso la realtà del momento storico che stiamo vivendo. È obbedienza alla vita, che è forse il modo più esigente con cui il Signore ci chiede di obbedirgli".

Smentite quindi le voci sorte da qualche parte rispetto ad una decisione presa senza consultare il Papa ecco poi la spiegazione riguardo il decreto che modifica quella decisione: "Un'ulteriore confronto con Papa Francesco, questa mattina, ci ha spinto però a prendere in considerazione un'altra esigenza: che dalla chiusura delle nostre chiese altri 'piccoli', questa volta di un tipo diverso, non trovino motivo di disorientamento e di confusione. Il rischio per le persone è di sentirsi ancora di più isolate. Di qui il nuovo decreto che vi viene inviato con questa lettera e che contiene l'indicazione di lasciare aperte le sole chiese parrocchiali".

In questi giorni abbiamo assistito da parte delle autorità civili a molti tentennamenti nell'affrontare una pandemia nella quale, non dimentichiamolo, l'Italia (e, quindi, la chiesa in Italia) stanno facendo da cavia per tutto l'occidente: nessuna meraviglia pertanto che dei tentennamenti ci siano anche a livello ecclesiale.

In fin dei conti è bello che il Papa - di cui proprio oggi ricorre l'anniversario dell'elezione (13 marzo 2013) - e i suoi consiglieri si diano la possibilità di ripensamenti per dei riallineamenti in itinere. È un atteggiamento che sarebbe bello vedere emergere più spesso anche nel mondo civile: