Chip crunch, la crisi mondiale che blocca l’industria. E c'è già chi torna all'analogico

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Sul chip crunch pesano due fattori. Il primo è un banale errore di calcolo: le aziende coinvolte nella produzione, a inizio pandemia hanno tagliato le previsioni di vendita. Ma questo ha avuto un effetto boomerang amplificato dalla durata della pandemia e dal ricorso globale allo smartworking. La domanda infatti non è scesa, come ci si aspettava, ma è invece aumentata in modo esponenziale: le persone, costrette alla distanza fisica, hanno cominciato a comprare sempre nuovi device, più potenti, più moderni, più efficienti, per lavorare, studiare e per l’intrattenimento. Di qui una spirale di richieste che è finita per esaurire la disponibilità prima nell’industria elettronica e che ora sta mettendo in ginocchio l’automotive, settore connesso per il 60% ai semiconduttori.

La produzione di microchip è concentrata in pochi Paesi asiatici (Cina, Corea del Sud e soprattutto Taiwan) e vale 500 miliardi di dollari (report Bloomberg). Il 70% del mercato, secondo i dati Trendforce, è in mano a due aziende asiatiche: la Tsmc di Taiwan e la coreana Samsung. I produttori di microchip, di fronte al boom della domanda, hanno privilegiato la fornitura dei loro mercati e in particolare dell’elettronica di largo consumo (tablet e cellulari). In ballo anche la lotta per il controllo dei siti di estrazione delle terre rare, alla base dei semiconduttori, localizzati per la maggior parte in Africa e Cina.

Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina si aggiungono a questa situazione: entrambi i colossi si vogliono liberare dalla co-dipendenza. Gli Usa stanno correndo ai ripari con un piano da 50 miliardi di dollari (Chips for America Act), che assimila i microchip a infrastrutture, e mira a smarcarsi dalla dipendenza dall’Asia. Da parte sua la Cina sta investendo sulla ricerca per la produzione di microchip “di qualità”, settore in cui gli States hanno ancora un margine di vantaggio.

La crisi mondiale del microchip in questi giorni frena soprattutto l’industria dell’auto. Cassaintegrazione dal 3 al 10 maggio per 7mila operai dello stabilimento Fca di Melfi, in Basilicata. Anche Mercedes, Renault, Jaguar, Peugeot e Volkswagen lavorano a singhiozzo. L’automotive è in ginocchio per la mancanza dei componenti elettronici. È una della conseguenze sull’economia mondiale della pandemia da Covid-19. I microchip sono il cuore del funzionamento di milioni di device elettronici, oltre che delle auto moderne. La loro carenza sta avendo effetti dirompenti sull’industria automobilistica. Il CEO Volkswagen Ralf Brandstatter ha ammesso: “Penso che la situazione rimarrà tesa, l’impatto della carenza di microchip e di semiconduttori si farà sentire anche nei prossimi mesi”.

Nonostante gli investimenti, il “Chipageddon” non accenna a frenare, e, anzi, si farà sentire con sempre più forza nei prossimi mesi. Le case automobilistiche corrono ai ripari. Stellantis torna all’analogico per alcuni modelli: la Peugeot 308 sta andando in produzione con tachimetri analogici (e uno sconto di 400 euro). Mercedes sta riducendo gli orari lavorativi di oltre 18mila dipendenti, e anche Jaguar e Land Rover hanno rivisto al ribasso la produzione. Renault e Volkswagen annunciano ritardi che non verranno recuperati nemmeno a fine anno, e parlano di una situazione grave, per cui non è possibile fare previsioni a lungo termine.