Ucraina, chirurgo di Cernihiv: "Sirene fuori, noi dentro in guerra contro tempo per salvare vite"

(Adnkronos) - "Per me e tanti miei colleghi questa guerra è stata un nostro fronte. Nel bel mezzo di un massacro quotidiano non contavano le emozioni, la paura che tutti avevamo e che abbiamo, ancora oggi che i russi da qui se ne sono andati; dovevamo salvare le persone, non potevamo arrenderci, girarci dall'altra parte, pensare se ci avessero bombardato in un determinato momento. Mentre dentro lottavamo per salvare vite, fuori le sirene annunciavano che ci si preparava a toglierle. Ma la fiducia nella vittoria ci dava la forza per andare avanti". E' il racconto che Ihor Sarhosh, chirurgo proctologo nella clinica regionale di Cernihiv, fa all'Adnkronos dal suo studio che mai, dall'inizio del conflitto, ha lasciato.

"Quando Cernihiv era sotto assedio e non funzionava la corrente, mancava l'acqua e ogni cosa sembrava reggersi in un fragile equilibrio, il nostro lavoro si è svolto con una precisione incredibile. Pareva muoversi come un orologio, la nostra squadra: dal primario ai chirurghi, da tutti i medici, gli infermieri e i semplici volontari: ognuno faceva tutto quello che poteva fare, la gente ci aiutava ad allestire le sale operatorie, a portare l'acqua, ad accendere i generatori, un aiuto importantissimo che ci permetteva di fare il nostro lavoro in quelle condizioni. La dirigenza dell'ospedale è sempre rimasta con noi, lavoravamo compatti, senza guardare chi facesse cosa o quali mansioni occupasse: ognuno faceva quello che c'era da fare, dall'accettazione dei pazienti alle operazioni. Il capitano della nave non ci ha mai abbandonato, per questo 'a bordo' tutti sapevamo dove andare e come muoverci".

Attualmente Cernihiv, liberata dall'assedio russo, prova a riconquistare una parvenza di serenità. "La situazione è stabile, ma è tesa - conferma il medico - Si sta ripulendo la città, stanno man mano ricostruendo quanto andato distrutto, tutti i servizi comunali sono al lavoro e la gente sta tornando nelle loro case. Ma - avverte - non dobbiamo dimenticare che tutto potrebbe ripetersi e cerchiamo di mantenere la calma. Dal canto nostro, il lavoro sicuramente non è diminuito. I civili, appena cessate le azioni belliche attive, hanno cominciato a tornare negli ospedali anche per le semplici visite di routine, che durante la guerra non potevano fare".

"Quanto a me - prosegue all'Adnkronos Ihor Sarhosh - non so nemmeno cosa provo, forse è rabbia, forse è paura, ma chi non ne ha? Le emozioni si sono mescolate. Non saprei dire se il mio sia coraggio o ira repressa. Sono rimasto a lavorare con i chirurghi, traumatologi, oncologi, neurologi, ci aiutavano anche i colleghi liberi. E non guardavamo le nostre specializzazioni, le utilizzavamo solo come valore aggiunto quando servivano. Non dimentico la felicità di ritrovarsi coi colleghi in ospedale il giorno dopo. Il nostro lavoro ci dà una motivazione continua per vivere, per dimostrare il nostro amore all'Ucraina, per difendere non solo Cernihiv, ma tutto il nostro Paese. Oggi in ospedale manca qualcosa, certo, ma molto aiuto ci viene offerto anche dai volontari, pure quelli europei. Percepiamo costantemente che non siamo soli. Perché non sentiamo più le sirene da qui, ma poco conta: siamo ancora in guerra. La guerra non se n'è andata".

(di Silvia Mancinelli)

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