"Chiudere i porti è da vigliacchi"

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“In un momento in cui stiamo soffrendo, stiamo vivendo sulla nostra pelle una difficoltà estrema, si decide che ci sono persone che possono essere lasciate morire”. Il governo ha da poche ore deciso di chiudere i porti alle Ong, di considerare gli approdi italiani “non sicuri” per i migranti, almeno fino a quando l’emergenza coronavirus non sarà finita. Per Alessandro Metz, Armatore sociale di Mediterranea Saving Humans, non c’è emergenza, non c’è pandemia che possa giustificare questa decisione. Anzi, è proprio in una circostanza come questa che i porti andrebbero lasciati aperti a chi scappa da fame e violenza. Con tutte le misure di prevenzione del caso. “La prima sensazione che si prova dopo l’approvazione del provvedimento è lo sconforto”, dice ad Huffpost.

Mentre parla, la nave Alan Kurdi di Sea Eye è in navigazione con a bordo 150 persone salvate in mare. È l’unica imbarcazione di un’ong nel Mediterraneo. Le altre sono ferme. Alcune di loro, Mediterranea compresa, stanno svolgendo la loro attività a terra. Nelle regioni italiane più colpite dal coronavirus.

Non è in navigazione neanche Sea Watch, il cui equipaggio ha attraccato l’ultima volta nel porto di Messina a fine febbraio. Sbarcati i migranti, lo staff ha dovuto fare la quarantena. Anche per l’ong tedesca il provvedimento firmato dai ministri oggi è pericoloso: “Il decreto fa dell’emergenza sanitaria oggetto di strumentalizzazione politica per boicottare e ostacolare, ancora una volta, le attività di ricerca e soccorso in mare”, accusa, parlando ad Huffpost, Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch per l’Italia. “L’esecutivo - continua - ricorre a un impianto già utilizzato dal governo precedente. C’è un implicito riferimento al fatto che le nostre navi possano essere considerate una minaccia. È davvero preoccupante che l’Italia utilizzi questa gravissima emergenza come pretesto per deresponsabilizzarsi rispetto al salvataggio in mare, anche a costo di equipararsi a Paesi veramente insicuri, quali per esempio la Libia”.

Mediterranea, spiega ancora Metz, è pronta a impugnare il decreto: “Il nostro ufficio legale è a lavoro. Agiremo a tutti i livelli per fermare questo provvedimento”, anticipa. La decisione presa dal governo ”è un alibi”. ”È una scelta vigliacca - attacca - al bisogno di vite umane che chiedono di essere salvate si risponde facendo quello che voleva fare Salvini”. 

Dubbi sulla legittimità dell’atto sono stati espressi anche dal Tavolo asilo nazionale: “La dichiarazione appare inopportuna e non giustificabile in quanto con un atto amministrativo, di natura secondaria, viene sospeso il Diritto Internazionale, di grado superiore, sfuggendo così ai propri doveri inderogabili di soccorso nei confronti di chi è in pericolo di vita.  Si attacca ancora una volta il concetto internazionale di Porto Sicuro, la cui affermazione ha trovato conferma nelle decisioni della nostra Magistratura”, fanno sapere le associazioni che lo compongono.

Per il Mit, la Alan Kurdi non può approdare in Italia: “In merito alla richiesta di soccorso della nave Alan Kurdi, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti conferma l’impossibilita di garantire porti sicuri in Italia a navi battenti bandiera straniera. Attualmente, a causa dell’emergenza pandemica Covid19, i porti infatti non presentano più i necessari requisiti sanitari richiesti dalla convenzione di Amburgo”, si legge in una nota. 

 

La crisi portata dal Covid-19 non basta, per l’armatore di Mediterranea, a motivare la scelta del governo: “Ci chiedono di essere responsabili, di tenere i nostri bambini a casa. Perché, invece, i bambini che arrivano dall’Africa dovrebbero morire? La pandemia in corso ci sta dimostrando che i confini non esistono. Ed è proprio in un momento come questo che i diritti devono essere estesi. Che bisogna accogliere, non chiudere”. 

Il dilagare del virus non ha fermato i viaggi dal nord Africa. E lo dimostra il salvataggio effettuato da Sea Eye: “Le partenze dai luoghi di violenza e tortura - continua Metz - dipendono dalle condizioni del mare, non da altri fattori”. Proprio per questo, spiega, chiudere i propri porti può significare porre un limite al salvataggio di chi rischia di morire nella traversata disperata verso l’Europa.

I volontari di Mediterranea, in questo momento stanno lavorando sulla terraferma. Ma sono pronti ricominciare la loro attività in mare: “Appena sarà possibile ripartiremo. Se c’è chi dice ‘prima gli italiani’, noi diciamo ’prima chi ha bisogno’. Per questo oggi siamo impegnati contro il coronavirus ma, quando riusciremo, non potremo far altro che tornare in mare”. 

 In serata le ong decidono di far sentire la loro voce tutte insieme: “Sarebbe stato possibile trovare molte soluzioni diverse, conciliando il dovere di garantire la salute di tutti a terra con quello di soccorrere vite in mare, un dovere che non può mettere sullo stesso piano le navi di soccorso con le navi da crociera”, scrivono Mediterranea, Sea Watch, Open Arms e Medici Senza frontiere. 

E ancora: “In un momento in cui l’Italia chiede e ottiene solidarietà da parte dei suoi partner internazionali e delle stesse ONG per far fronte all’emergenza Covid-19, il governo dovrebbe mostrare la stessa solidarietà verso persone vulnerabili che rischiano la loro vita in mare perché non hanno alternative”. Poi l’accusa: quella di usare la crisi dovuta al Covid-19 come un pretesto: “Il decreto di fatto strumentalizza l’emergenza sanitaria, riprendendo l’impianto già utilizzato nel recente passato per ostacolare le attività di soccorso in mare, in un momento difficile in cui più che mai sarebbe necessaria un’assunzione di responsabilità a livello europeo per poter ottemperare all’obbligo di soccorso”. Poi l’appello: “Tutte le vite vanno salvate, tutte le persone vulnerabili vanno protette, a terra come in mare. Farlo è possibile e doveroso”.  

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