Chiusi fino a Pasqua

Pietro Salvatori
·3 minuto per la lettura
ROME, ITALY - MARCH 30: The area around Colosseum (Colosseo) empty of tourists during the Coronavirus emergency, on March 30, 2020 in Rome, Italy. The Italian government continues to enforce the nationwide lockdown measures to control the spread of COVID-19. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images) (Photo: Antonio Masiello via Getty Images)
ROME, ITALY - MARCH 30: The area around Colosseum (Colosseo) empty of tourists during the Coronavirus emergency, on March 30, 2020 in Rome, Italy. The Italian government continues to enforce the nationwide lockdown measures to control the spread of COVID-19. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images) (Photo: Antonio Masiello via Getty Images)

Lo diceva chiaramente ad Huffpost il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo: “La chiusura di molte attività, che abbiamo recentemente disposto, dovrà sicuramente protrarsi. La riapertura è prematura”. Ma erano tante e concordanti le fonti nel governo che confermavano a metà pomeriggio questa linea: il dibattito su cosa e come riaprire non è all’ordine del giorno, se non riguardo a limitatissime e specifiche filiere. Un dibattito che pure era aperto, e sul quale è intervenuto all’ora di cena a gamba tesa il ministro della Salute Roberto Speranza: “Nella riunione svoltasi stamattina con il comitato tecnico scientifico è emersa la valutazione di prorogare tutte le misure di contenimento almeno fino a Pasqua”. Un modo per mettere il parere degli esperti come diga al possibile farsi strada di pareri contrari. Dal 3 aprile l’Italia rimarrà ferma per almeno altre due settimane. Solo in prossimità della Pasqua si inizierà a ragionare su uno sblocco, che sarà comunque mirato e graduale. Un indirizzo condiviso con Giuseppe Conte: “Il governo - ha aggiunto Speranza - si muoverà in questa direzione”. Fine del dibattito.

Il premier ha chiesto a tutti i ministri di far pervenire entro la mattinata di martedì sulla sua scrivania le valutazioni su urgenze e aree che soffrono meno. Da Palazzo Chigi confermano che è cosa di queste ore una valutazione approfondita e onnicomprensiva su come e quando riaprire con gradualità. Ma spiegano anche che, alla luce dello scenario attuale, non è argomento all’ordine del giorno della prossima settimana. Il sentiment è chiaro: dopo la scelta del lockdown, non portare fino in fondo questa linea e prestare il fianco a un’ondata di ritorno della diffusione segnerebbe la fine politica di qualunque velleità di condurre la ricostruzione.

Il premier è rimasto scottato dalle critiche sulla progressività delle misure adottate. Chi lo conosce bene spiega che non ha alcuna intenzione di prestare il fianco a quel che potrebbe succedere dal punto di vista del contagio nel caso di una riapertura troppo accelerata. Dal Pd, ma soprattutto dal Movimento 5 stelle, arrivano parole di fuoco sul pressing in questo senso di Matteo Renzi. “Procedere con la leggerezza sarebbe da irresponsabili - attacca una fonte di governo pentastellata – la bussola del presidente del Consiglio ha sempre avuto la tutela della salute come suo Nord”.

D’altra parte è pur vero che tutti gli scenari possibili sono al vaglio in queste ore nei briefing di governo. Si ragiona sul dettaglio: la riapertura delle singole filiere, la distinzione delle zone geografiche prendendo a riferimento l’andamento del virus, anche la differenziazione – che al momento non sembra intercettare un ampio consenso – per fasce d’età. Conte le sta vagliando, ma al contempo tira il freno a mano.

Una discussione è in corso, coinvolgendo anche imprese e sindacati. Al momento tuttavia riguarda solo le filiere cosiddette “secondarie”, vale a dire quelle che sono di supporto a chi produce beni di prima necessità. Da Confindustria è forte la spinta a sbloccare il settore che produce macchine agricole e utensili industriali, i “pezzi” di ricambio per le fabbriche. Questa, come alcuni altri codici Ateco, potrebbe essere sbloccata. Un esponente di governo che sta da oltre un mese sul dossier spiega: “Per come stanno le cose fino a dopo Pasqua non si apre nulla. Se il comitato tecnico scientifico nei prossimi giorni dirà che i dati sui contagi ce lo consentono, vale a dire se il coefficiente che li determina sarà sceso sotto uno, valuteremo qualche riapertura limitata”.

La priorità sanitaria stride con la situazione economica che va via via peggiorando. Oggi è il turno di Federacciai. Il presidente Alessandro Banzato, in una intervista all’Ansa, ha levato un grido di preoccupazione: “Da noi il 95% è fermo, in Francia e Germania si continua a produrre, rischiamo di essere tagliati fuori”. Questione questa che, insieme alle tante altre emerse negli ultimi giorni, è all’attenzione del governo. “Qualcosa si farà – spiega una fonte dell’esecutivo – ma di molto limitato. Qualcuno protesterà, e capisco già da ora quel tipo di punto di vista, ma non potremmo fare altrimenti”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.