Cina, i 100 anni del Pcc, Sisci: "Futuro legato a nodo democrazia"

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Cento lunghi anni. Il Partito comunista cinese celebra domani il suo centenario. Un partito-stato. Una "Cina che non esiste senza il Pcc", una "interazione profondissima e antichissima". Uno "strano animale" che "deve decidersi ad affrontare il problema della democrazia", il nodo con cui "non ha mai" fatto "veramente" i conti e che è cruciale se il partito "vuole continuare a esistere nel futuro", con la Cina chiamata a "decidere cosa vuole essere" in questo futuro, mentre nulla si può prevedere su quello di Xi Jinping, 68 anni, alla guida del Paese e del partito. Francesco Sisci, sinologo, professore di geopolitica alla Luiss, parla con l'Adnkronos di questo "strano animale" che oggi è "qualcosa di simile" alle dinastie del passato, "che ogni 200, 300 anni si passavano la mano per governare la Cina e che erano quello che dava l'identità stessa al Paese", motivo per cui "rovesciare domani" il partito significherebbe "cambiare la natura stessa della Cina".

Anche se il Pcc "è cambiato più volte nella sua storia", osserva Sisci, evidenziando come "dal 1921 al '49 sia stato un partito rivoluzionario nel senso che voleva portare la modernizzazione e l'occidentalizzazione in Cina". Poi, la seconda fase, "dal 1949 alla fine degli anni Settanta, al lancio della politica di riforme e apertura di Deng Xiaoping nel 1979", quando il Pcc è stato - rileva - "un partito 'messianico' che voleva portare il paradiso in terra, il comunismo in terra", tutto "imperniato intorno sulla persona di Mao Zedong", padre della Cina 'moderna', "emerso alla fine della prima fase".

E poi ancora "dal 1979 fino a pochi anni fa quando" l'obiettivo della Cina era "applicare la modernizzazione all'americana con caratteristiche cinesi" e così, prosegue Sisci, "per oltre 30 anni" il gigante asiatico "si è messo al traino dell'America e l'America lo ha trainato in uno strano processo di modernizzazione". Strano perché "per l'America avrebbe dovuto portare la Cina a diventare 'come l'America' e per la Cina invece tutto rimaneva una questione aperta".

Arrivando fino al 2010-2011, dopo la crisi finanziaria, quando "il sogno americano e il sogno cinese" si rivelano "diversi". E oggi, prosegue, "siamo nel mezzo di questa fase che ragionevolmente non fa pensare a niente di buono perché il mondo cinese e il mondo occidentale centrato sull'America sono sempre più in rotta di collisione". Siamo quindi "nel pieno di una fase estremamente delicata in cui la Cina con più precisione che mai deve decidere cosa vuole essere nel futuro".

Un futuro in cui non si sa se ci sarà per sempre il volto di Xi Jinping, presidente dal 2013. E' un'incognita. "Ha concentrato tantissimo potere", osserva Sisci, riconoscendo come in questi anni abbia "eliminato quel sistema di potere basato sulla corruzione sistematica". Ma anche come la concentrazione di potere che ne è seguita porti "naturalmente a corto circuiti".

Un bivio? "O redistribuisce il potere che ha concentrato secondo ordini e modi diversi dal passato - replica - oppure il sistema rischia di scoppiare per una costipazione di potere". Un sistema di potere che oggi, rileva, "fa fatica a prendere le misure della realtà". Anche rispetto allo scenario globale.

La ricetta? Affrontare "il problema delle riforme politiche, della democrazia", venuto fuori più volte in passato, l'ultima nel 2007, "un nodo che il partito non ha mai affrontato veramente e che deve decidersi ad affrontare se vuole esistere nel futuro" in un Paese "così grande e così complicato".

Il problema della "verità" nel partito, che dichiara oltre 95 milioni di iscritti in un gigante con una popolazione di quasi 1,4 miliardi di persone. La "verità" e la propaganda. "Pensare di usare la propaganda senza aver affrontato il problema delle riforme politiche vere" produce - conclude il sinologo - un effetto per cui "la propaganda si ritorce contro".

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