Cina, economia digitale sotto accusa: sfrutta i lavoratori

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Image from askanews web site
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Roma, 2 set. (askanews) - Magari è solo un nuovo fronte del conflitto che vede le autorità cinesi opposte ai Big Tech cresciuti a dismisura. Ma, se pure si limitasse a questo così, un risultato positivo lo starebbe comunque portando a casa: un'accresciuta sensibilità al tema delle condizioni di lavoro.

E' di oggi la notizia che il Ministero dei trasporti di Pechino ha intimato ad alcune realtà della gig-economy e dell'economia digitale - Meituan, Didi, Caocao - di "rettificare" entro la fine di quest'anno i trattamenti non adeguati dei propri dipendenti. Ed è notizia di ieri che presso due giganti tech - la già citata piattaforma di ride-hailing Didi e quella di e-commerce JD.com - sono stati formati sindacati interni, una cosa che nell'economia digitale cinese (e no solo) non è certamente la prassi.

Pechino da diversi mesi sta esercitando una forte pressione regolatoria sulle Big Tech - a partire da Alibaba di Jack Ma - sia sul versante del possesso e gestione dei dati, sia su quello delle pratiche commerciali scorrette. Ora però si apre un nuovo fronte: quello dei diritio dei lavoratori.

La base teorica è stata fornita dallo stesso presidente cinese Xi Jinping, il quale ha recentemente enfatizzato un concetto di epoca maoista che negli ultimi decenni di storia cinese era stato messo piuttosto in ombra dall'imperativo formulato da Deng Xiaoping del "arricchirsi prima": quello della "prosperità comune" ("gongtong fuyu").

"Noi possiamo consentire ad acune persone di arricchirsi prima e poi guidare a aiutare gli altri a diventare assieme ricchi", ha affermato Xi al Comitato centrale per gli affari finanziari ed economici del Partito comunista cinese. "Ma - ha aggiunto - dobbiamo anche scientificamente stabilire un sistema di politica pubblica che permetta una più giusta distribuzione dei redditi".

Questa dichiarazione non è soltanto un incoraggiamento alla filantropia delle grandi imprese, che pure in seguito a essa hanno versato fondi importanti per programmi benefici. E' anche una precisa linea che non può che avere ripercussioni all'interno delle relazioni industriali e della normativa sul lavoro.

Uno dei settori immediatamente messo nel mirino è ovviamente quello dell'economia digitale e della gig-economy, nel quale è difficile imporre un set di diritti e di trattamenti economici considerati equi e dignitosi. Questo non soltanto in Cina.

E' il mondo di Jack Ma e della famosa dichiarazione con cui il magnate - allora in auge, oggi molto meno - sosteneva che è una "benedizione" appartenere alla "cultura del lavoro 996", cioè a quel mondo che lavora dalle 9 del mattino alle 9 della sera, per sei giorni a settimana.

In effetti in Cina si lavora probabilmente anche di più. In base alle leggi, la giornata lavorativa standard è di otto ore al giorno, con un massimo d'impiego settimanale di 44 ore. Tutto ciò che è fuori dovrebbe essere retribuito come lavoro straordinario. Ma, semplicemente, non accade e non accade in particolare con nel mondo tech.

La Federazione cinese dei sindacati del lavoro (ACTFU), in collaborazione con una serie di enti governativi, ha prodotto a luglio delle linee guida sui diritti dei lavoratori e ha chiesto che la presenza sindacale abbia un ruolo più ampio nelle imprese.

Dal canto loro, la settimana scorsa il Ministero del Lavoro e la Corte suprema cinese - segnala la BBC - hanno pubblicato un'analisi di 10 sentenze della stessa massima istanza di giustizia in merito al diritto del lavoro e, in particolare, al prolungamento, di fatto non volontario, dell'orario di lavoro.

"Legalmente i lavoratori hanno diritto alla corresponsione della retribuzione, ai tempi di riposo e alle ferie. Rispettare gli orari di lavoro nazionali è un obbligo per i datori di lavoro", segnalava l'analisi, preannunciando che verranno diffuse linee guida per la soluzione delle future vertenze.

Sembrano solo parole al vento, che stabiliscono concetti ovvi. Ma qualcosa sta cambiando nel clima cinese.

Come è accaduto in Giappone, anche in Cina si comincia a parlare sempre più diffusamente di morte da superlavoro e hanno fatto impressione diversi casi avvenuti proprio nel mondo tech, per esempio un paio presso il gigante Pinduoduo.

Come ha fatto impressione a gennaio il caso di un rider si è dato fuoco perché gli sono stati negati circa 650 euro di straordinario. Un mese dopo un altro rider è morto mentre faceva consegne. Nei numerosi dibattiti innescati nel contesto dei social network, è emerso un forte sdegno e molti hanno lamentato ritmi e tempi di lavoro insostenibili.

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