In Cina il dominio senza regole delle big tech ha le ore contate

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ZHENGZHOU, CHINA - AUGUST 10: An office building of Alibaba Group is pictured on August 10, 2021 in Zhengzhou, Henan Province of China. (Photo by Li Qingsheng/VCG via Getty Images) (Photo: VCG via Getty Images)
ZHENGZHOU, CHINA - AUGUST 10: An office building of Alibaba Group is pictured on August 10, 2021 in Zhengzhou, Henan Province of China. (Photo by Li Qingsheng/VCG via Getty Images) (Photo: VCG via Getty Images)

L’ondata regolatoria del governo di Pechino sui colossi tecnologici cinesi non si ferma. Lo sa bene, da quasi un anno, il miliardario Jack Ma, al secolo Ma Yun, il 57enne fondatore di Alibaba, la big tech dell’e-commerce nata 22 anni fa ad Hanghzou. Come riporta il Financial Times, la scure delle autorità cinesi, questa volta, ha messo nel mirino una delle affiliate della holding di Ma, ANT Group. La società controlla la super-app Alipay, una delle piattaforme di pagamenti digitali più utilizzata in Cina.

Oltre ad Alipay, in ANT ci sono anche altri servizi, tra i quali uno specializzato in prestiti” spiega ad Huffington Post Filippo Santelli, che è stato per diversi anni corrispondente da Pechino per Repubblica. “Quando un utente compra qualcosa online ed ha bisogno di soldi, può richiedere un prestito con una semplice operazione interna al circuito ANT. Un altro servizio della stessa azienda è poispecializzato in merito creditizio. Una miniera di dati sui pagamenti dei propri utenti, che consente ad Alipay di sapere quali di lorosono solitamente in grado di pagare e quali invece sono insolvibili. ANT è praticamente una scatola dove Jack Ma ha messo di tutto”.

Pagamenti, prestiti, dati creditizi. Una banca a tutti gli effetti, in sostanza. “Il problema è che ANT opera come una banca di fatto, senza esserlo ufficialmente”. Questa situazione le permette di non rispettare gli stessi, stringenti, requisiti richiesti alle banche tradizionali. Fino ad oggi, ad esempio, ANT concedeva prestiti senza l’obbligo di accantonare capitale per evitare possibili default in caso di insolvenza. “In una situazione del genere – fa notare Santelli – l’ipotesi di un default di ANT rappresenterebbe una scossa fatale per il sistema economico della Repubblica popolare”. Anche perché stiamo parlando di uno dei più importanti emittenti di prestitodel paese, e non di una banca di provincia. Un rischio sistemico troppo grande da correre per le autorità di Pechino. L’intervento regolatorio, secondo il FT, imponead ANTuna sorta di spacchettamento. I servizi di prestito dovranno andare in una società diversa da ANT, anche se potrà comunque rimanerenelle mani di Jack Ma. In questo modo prestiti e pagamenti su Alipay saranno separati del tutto, in due app diverse e non più nella stessa, come è stato fino ad ora.

La seconda decisione dell’autorità regolatoriariguarda l’altra materia pregiata in mano ad ANT, cioè i dati sul merito creditizio dei propri utenti raccolti attraverso i pagamenti. Un tema estremamente delicato a tutte le latitudini del pianeta. E la Cina, soprattutto la Cina, non fa eccezione. Anche perché, dice Santelli, i sistemi di rating bancario dell’ex impero celeste sono molto antiquati. “Questi colossi digitali, invece, hanno di fatto creato un sistema di rating parallelo grazie all’enorme mole di informazioni sugli utenti che hanno a disposizione”. Ciò ovviamente non riguarda solo Alibaba, ma anche altre big tech come ad esempio Tencent, proprietaria di WeChat, l’app fondamentale per poter vivere in Cina, con oltre 1.2 miliardi di utenti attivi.

Ora quei dati fanno gola anche al governo, da sempre interessato, come tutti i regimi totalitari, a conoscere e tenere sotto controllo le abitudini e i pensieri dei propri cittadini. Inoltre, “il dominio nel mondo dei dati dei colossi digitali ha portato ad una quantità di frodi online impressionante” spiega Santelli. “I dati personali degli utenti delle app vengono venduti a pacchetti sul web. Una cosa che succedeva anche in Europa, certo. Ma da noi l’Unione Europea è intervenuta con un’imponente regolazione”. La Cina invece è stata un Far West fino a ieri. Da qui la stretta del governo sugli affari di ANT. Dati e rating dovranno essere separati dal resto delle attività del gruppo di Hanghzou, e consegnati ad una joint venture tra la stessa azienda e alcune società controllate dallo stato. “Di fatto, ad ANT restano solo i pagamenti, con Alipay”.

Jack Ma è solo la vittima più eccellente, ad occhi occidentali, dell’ondata regolatoria che il governo cinese sta mettendo in pratica nell’ultimo anno. “Da un lato Pechino fa una cosa condivisibile. Inizia a regolare un settore, quello dei colossi tecnologici, cresciuto in maniera sregolata. Ad oggi, come visto con ANT, essi sono un rischio sistemico per la tenuta generale dell’economia, dunque del regime politico cinese. E il discorso non vale solo per le app finanziarie di Alibaba, Tencent ecc. In Cina hanno anche un problema di concorrenza” continua Santelli. “Queste società imponevano fino all’altro ieri clausole inconcepibili per noi abituati al libero mercato in Europa. Ai commercianti che usufruiscono dei loro servizi, ad esempio, questi giganti imponevano una clausola che se paghi con Alipay allora non puoi accettare pagamenti con Wechat, e viceversa. Tra le due piattaforme ne potevi scegliere solo una”. Pratiche anticoncorrenziali attuate in maniera selvaggia, semplicemente perché in un settore nuovo come il loro non esistevano regole.

La poderosa crescita economica cinese – dal 2000 al 2020 il Pil è cresciuto ad un tasso medio di poco inferiore al 10% annuo – è stata accompagnata dall’ascesa senza limiti dei giganti digitali. Ora il loro potere è troppo forte. Ed alto è anche il rischio che, in caso di fallimento di uno di loro, possa crollare l’intera economia cinese. La posta in gioco è troppo elevata, e a Pechino lo sanno bene. “In Cina si dice: quando soffia il vento, soffia molto forte. Quando la leadership del partito dice che bisogna regolare, allora tutto il sistema recepisce questo input e lo porta avanti in maniera drastica e decisa. L’ondata regolatoria è stata ordinata dal partito, convinto che si fosse raggiunto un punto troppo rischioso nello sviluppo di queste aziende”.

Ed Alibaba, l’anno scorso, è stata la prima big a farne le spese. Nel novembre 2020, Pechino aveva già bloccato lo sbarco di ANT Group nelle borse di Shanghai e Hong Kong. Negli stessi giorni, tra l’altro, si erano perse le tracce del patron Jack Ma, che tornerà a farsi vedere in pubblico solo tre mesi più tardi. Alcuni dicevano che era agli arresti domiciliari, se nonin prigione. Altri ancora vociferavano un sequestro di stato. L’unica certezza, per i principali osservatori delle cose cinesi, è che la scomparsa era legata ad un discorso, pronunciato da Ma a poche ore dall’IPO in borsa. “Il classico discorso di un innovatore” ricorda Santelli. “Senza fare nomi, Jack Ma si era schierato contro quelli che in Cina avevano paura di prendersi rischi. ‘Senza rischio non esiste innovazione’ aveva detto. Un discorso da visionario. Il problema è che ‘rischio’ è una parola che non piace a Xi Jinping”. Una sfida inaccettabile per il regime. “Discorso di Jack Ma o no, la stretta sarebbe comunque arrivata. L’ondata regolatoria riguarda tutto il settore digitale. E le società lo hanno capito. Stanno facendo di tutto per collaborare con i regolatori e limitare i danni”.

Dietro all’ondata regolatoria, inoltre, c’è il tentativo del partito-stato di riprendere il controllo di un settore strategico. “Pensiamo alla diffusione di Alipay e delle sue ormai ex consociate di ANT Group”. Per Santelli il ragionamento è molto semplice. Quell’infrastruttura che controlla i dati di centinaia di milioni di cinesi non può stare nelle mani di un soggetto che non sia il partito: “Questa storia è un vero e proprio manifesto politico di Xi Jinping, che nel 2022 rinnoverà il suo mandato alla guida della Repubblica popolare: il partito-stato e le sue priorità hanno sempre il primato sulle logiche di mercato”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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