In Cina la pensione si riceve con il riconoscimento facciale

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Le immagini che stanno girando da qualche tempo sul social media cinese Douyin (l’equivalente in mandarino di TikTok) mostrano impiegati di banca in un villaggio della Cina rurale che usano device per la scansione e il riconoscimento facciale andando a visitare gli anziani del paese casa per casa. Accanto a loro un interprete che ripete nel dialetto locale le istruzioni date dal tablet in mandarino. Nel video si riconoscono un lettore di carte di identità elettroniche con il logo della compagnia Centerm e quello della Rural Credit Union of China, una banca molto diffusa nelle zone agricole. Gli impiegati stanno svolgendo un servizio porta a porta per aiutare le persone con ridotta mobilità o meno familiarità con la tecnologia ad ottenere le proprie carte di identità digitali, grazie alle quali accedere alla pensione, all’assicurazione sanitaria e ai bonus di disoccupazione.

La maggior parte dei cittadini cinesi non è turbato da questa tendenza, ed è anzi favorevole al riconoscimento facciale: il 67% rispetto al 38% (per esempio) dei tedeschi, stando ai dati di una ricerca ufficiale pubblicata lo scorso marzo sulla rivista scientifica Public Understanding of Science. Il riconoscimento facciale è usato senza problemi nella vita quotidiana. In molti centri commerciali è possibile pagare i propri acquisti usando questo metodo, senza bisogno di una carta di credito né di uno smartphone. Una tecnologia che, stando a chi la utilizza, garantisce la massima libertà e sicurezza. Basta il proprio volto per accedere a una quantità di servizi pubblici e privati, con un sistema di riconoscimento unico e centralizzato.

Ma per gli osservatori sui diritti umani, nonostante il placet della popolazione i rischi sull’uso di queste tecnologie da parte di attori non statali come le banche mette a rischio privacy e protezione dei dati. Anche perché, spiega Maya Wang della ong Human Rights Watch “Non è chiaro quanto le persone come quelle che vediamo immortalate nei video comprendano quali informazioni vengono raccolte e come potranno essere usate”.

E anche in Cina c’è chi non è d’accordo. Ha fatto storia la causa di un professore universitario contro uno zoo safari che imponeva il riconoscimento facciale obbligatorio per autorizzare l’ingresso dei visitatori. Guo Bing contestava al parco la mancanza di basi legali per la raccolta di dati biometrici è un’ insufficiente protezione delle informazioni personali. Dopo la vittoria in tribunale dell’uomo, il parco ha dovuto iniziare a offrire a tutti la possibilità di scegliere se identificarsi tramite il metodo precedentemente in uso (le impronte digitali). E le alte corti di giustizia cinesi si sono tutte adeguate nel richiedere un passo indietro sulla nuova tecnologia, imponendo una maggiore attenzione da parte delle compagnie private nella raccolta e nella gestione dei dati biometrici dei cittadini, e l’obbligo di ottenere un consenso esplicito offrendo alternative a chi non gradisce il riconoscimento facciale.

Un altro paio di maniche è il controllo da parte dello stato, che ha accesso a questi dati e li può utilizzare per qualsiasi scopo, dalla sorveglianza alla profilazione etnica al tracciamento dei dissidenti. Tanto che Amnesty International nel gennaio scorso ha lanciato una campagna per vietare i sistemi di riconoscimento facciale in tutto il mondo. Nel comunicato collegato all’iniziativa Ban the Scan li definiscono “forme di sorveglianza di massa che amplificano azioni di polizia razziste e minacciano la libertà di espressione e di protesta”.

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