Cina, politica “zero Covid” potrebbe costare circa 1,5% Pil 2021

Image from askanews web site
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Roma, 4 mag. (askanews) - La politica "Zero Covid", che implica un massiccio utilizzo di test per verificare i contagi da nuovo coronavirus, potrebbe costare alla Cina qualcosa come l'1,5 per cento del suo intero prodotto interno lordo del 2021. Lo scrive oggi il South China Morning Post.

Di fronte alla nuova ondata di contagi innescata dalla variante Omicron, che da oltre un mese ha costretto gli abitanti di Shanghai a uno stretto lockdown e ora minaccia un'altra metropoli come Pechino, sono diverse le province e le città della Cina che stanno ulteriormente intensificando le proprie ciclopiche campagne diagnostiche.

Per esempio, la città di Dalian - provincia nordorientale di Liaoning - ha annunciato ieri che effettuerà ogni settimana test dell'intera popolazione a partire da domani. La metropoli di Zhengzhou (provincia di Henan) ha, per suo conto, annunciato che realizzerà tre cicli completi di test nei quartieri centrali a partire da domani.

Sono solo gli ultimi due casi di municipalità che spingono per una battente diagnostica, nell'ambito della strategia "Zero Covid dinamico" che punta all'eradicazione del virus, voluta dalla leadership cinese. E vengono dopo megalopoli come Pechino, Shenzhen e Hanchzhou, oltre ovviamente a Shanghai, in lockdown dal primo aprile.

D'altronde è molto probabile che questa pratica dei test di massa regolari venga allargata a tutto il paese da domani, quando finirà il periodo di vacanze per la Festa del Lavoro, cinque giorni che si teme abbiano favorito la circolazione del coronavirus.

Secondo la stima effettuata da Tao Chuan, il capo-analista di Soochow Securities, se tutte le città di prima e seconda fascia cinese - per un totale di circa 505 milioni di residenti - dovessero praticare un anno di test di massa, ciò costerebbe 1.700 miliardi di yuan (242 miliardi di euro), cioè circa l'1,5 per cento del Pil della Cina del 2021 o l'8,7 per cento delle entrate fiscali dello scorso anno.

Questo potrebbe avere effetti devastanti in particolare sulle casse degli enti locali cinesi, che sono già in enorme difficoltà per i tagli fiscali e la spesa per infrastrutture, decisi dal centro per sostenere la crescita in rallentamento.

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