Cina, Sisci: "In Nordcorea e Myanmar i risvolti della guerra fredda con gli Usa"

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"Siamo in piena guerra fredda", con "due potenze che non fanno passi indietro". Francesco Sisci, professore di geopolitica alla Luiss e alla Renmin University of China di Pechino, fornisce all'Adnkronos una lettura della cronaca del vertice ad Anchorage, in Alaska, tra Cina e Stati Uniti, dove "i cinesi sono stati sorpresi dalle dichiarazioni americane e gli americani sono stati sorpresi dalla reazione cinese e hanno reagito ciascuno alzando la posta, senza fare un passo indietro". Dove sono venuti al pettine "tutti i vecchi nodi", con "differenze enormi che andranno a esasperarsi" e il rischio di risvolti prima di tutto in terra nordcoreana e birmana.

Quale scenario si apre? "Prima di tutto si serreranno i ranghi degli alleati americani - dice Sisci - Basta giocare con la Cina. Gli spazi di manovra di ciascun Paese alleato degli Stati Uniti saranno oggettivamente ridotti". E l'intensificazione della retorica a cui si è assistito ad Anchorage "può aere conseguenze gravi". Sisci parla della Corea del Nord, che non risponde da un mese ai tentativi di contatto degli Usa, e di Myanmar, teatro del golpe del primo febbraio e di una sanguinosa repressione delle proteste.

Gli Stati Uniti "hanno cercato da metà febbraio di stabilire contatti con noi attraverso diversi canali", ma "non riteniamo necessario acconsentire ai tentativi degli Stati Uniti di prendere di nuovo tempo", ha affermato ieri in dichiarazioni riportate dall'agenzia Kcna il vice ministro degli Esteri della Corea del Nord, Choe Son Hui, che ha accusato l'Amministrazione Usa di "politica ostile", ammettendo tentativi di contatto da parte dell'Amministrazione Biden. Gli Stati Uniti sono preoccupati per una possibile ripresa dei test missilistici e intanto la Corea del Nord ha rotto le relazioni diplomatiche con la Malaysia. Gli Usa "hanno chiesto collaborazione alla Cina sulla Corea del Nord - prosegue Sisci - ma finora non c'è stata risposta" da parte di Pechino.

Poi c'è Myanmar. Qui, sottolinea l'esperto, "siamo a un passo dalla vera e propria guerra civile" e mentre "la Cina chiede all'America di aiutare per una mediazione, l'America chiede alla Cina la condanna precisa e diretta del regime militare" protagonista del golpe del primo febbraio. Da quel giorno resta agli arresti Aung San Suu Kyi e nel Paese si contano più di 200 morti. Altri fronti caldi, aggiunge Sisci, il Mar cinese meridionale, un "punto di tensione enorme", senza distrarre lo sguardo da Taiwan, che Pechino considera da sempre una "provincia ribelle" e che gli Usa sono impegnati a difendere. Poi c'è l'altro gigante asiatico, l'eterna rivale India.

Ad Anchorage, insiste Sisci, "si è andati al di là delle previsioni perché gi americani per la prima volta hanno detto in un contesto ufficiale tutto quello che per loro non va bene della Cina", mentre sinora veniva tutto in qualche modo tenuto su "binari diversi". "Dopo 40 anni - continua - gli americani hanno deciso di mettere tutte le carte sul tavolo: dalla Cina che non è democratica all'oppressione delle minoranze nazionali, dalla democrazia soffocata a Hong Kong alle pretese territoriali di Pechino, alla coercizione che la Cina compie nei confronti degli alleati degli Usa".

Ovvero, spiega, Washington "non vuole più un accordo temporaneo, di breve periodo, ma accordi commerciali, apertura dell'economia, vuole che la Cina diventi democratica e ponga fine alle pretese territoriali, alle coercizioni". Gli Usa, sottolinea, dovevano rassicurare in qualche modo gli alleati, che "erano e sono preoccupati". "Per 40 anni tutti questi problemi l'America li aveva tenuti da parte perché sperava in un'evoluzione organica del sistema cinese", osserva, sottolineando come il dialogo fosse per questo incentrato su singoli temi contingenti. Ma ora, conclude, "in America si è persa la fiducia in un'evoluzione organica" ed è tempo di "cercare di capire se c'è una via d'uscita" dal clima di scontro e "quale possa essere".