Cina, Texas, San Marino, le parole del Papa. L'aborto torna tema conteso

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Lucetta Scaraffia, Papa Francesco e le nuove regole sull'aborto in Cina (Photo: Getty Editorial)
Lucetta Scaraffia, Papa Francesco e le nuove regole sull'aborto in Cina (Photo: Getty Editorial)

Il Papa ribadisce che l’aborto è “un’abitudine bruttissima, un omicidio”. La Polonia, il Texas e la Cina stringono sul diritto delle donne ad abortire. Mentre a San Marino, repubblica di forte tradizione cattolica, un referendum con il 77,28% dei voti a favore, rende legale l’interruzione volontaria di gravidanza. Il tema dell’aborto negli ultimi mesi è tornato ad essere particolarmente conteso. In un clima in cui anche i numeri dell’Italia sulle interruzioni di gravidanza fanno riflettere. Nel 2020, secondo i dati del Ministero della Salute contenuti nella nuova Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 194 - la legge del 22 maggio 1978, n. 194 che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto - ci sono stati meno di 68mila interventi, in diminuzione del 7,6% rispetto al 2019. Secondo gli stessi dati, il 67% dei ginecologi italiani resta obiettore, anche se la cifra è in diminuzione rispetto al 2018. E non è tutto, perché il rapporto del Ministero della Salute ha evidenziato che le interruzioni volontarie di gravidanza sono in continua diminuzione dal 1983.

Le parole del Papa

“Noi siamo vittime di una cultura dello scarto... Lo scarto dei bambini che non vogliamo ricevere e con quella legge dell’aborto li rimando al mittente. Oggi questo è diventato un modo normale, un’abitudine bruttissima, è un omicidio”. Le parole di Papa Francesco sulle interruzioni volontarie di gravidanza sono state consuetamente dure. “Parole offensive nei confronti delle donne”: questo il commento rilasciato ad Huffpost della giornalista e storica Lucetta Scaraffia, direttrice per sette anni del mensile femminile del giornale del Papa. “Papa Francesco ha utilizzato un linguaggio offensivo nei confronti delle donne, come se abortire fosse una passeggiata. Dire che per le donne compiere questo atto è un’abitudine è davvero offensivo nei loro confronti, sia verso il loro dolore fisico, sia verso quello psichico, ed è orrendo” spiega ad Huffpost la professoressa. Secondo Scaraffia la gerarchia ecclesiastica del Vaticano non ascolta le donne e in questo modo si schiera con le parti politiche che le vogliono punire. “Penso che il Papa si sia espresso nuovamente su questo tema perché successivamente vorrà fare qualcosa che farà invece piacere alle parti politiche di sinistra. Il Papa tende di solito a pronunciare frasi che piacciono a destra e poi a sinistra. Ciò che non apprezzo è che utilizzi le donne come strumento per una posizione politica e che soprattutto le svilisca con il linguaggio” commenta ancora Scaraffia. La storica sottolinea come il Vaticano, non ascoltando le donne, sia disposto ad accettare delle dittature. “È quello che è successo in Polonia, così come anche in America latina. E il papa dovrebbe saperlo bene” conclude.

Un tema conteso tra Paesi: le strette sugli aborti

Sull’aborto, in particolare negli ultimi mesi, ci sono state forti contese tra Paesi. Da una parte coloro che hanno effettuato pesanti strette su questo diritto. Dall’altra coloro che invece hanno scelto, dopo anni di chiusure, di proporre un’apertura. Il tema è tornato insomma al centro dell’attualità, anche se, come sottolinea la storica Scaraffia, “ha sempre causato nella storia forti conflitti”. “L’aborto è sempre stato uno strumento politico degli stati, che volevano seguire i loro interessi. Le donne erano solo uno strumento per aderire a questi ultimi. Un esempio di questo è la prima legge contro l’aborto dello stato promulgata da Napoleone, perché a quell’epoca aveva bisogno di tanti soldati e puniva quindi le donne che abortivano. Quando da noi è stata abolita la pena contro l’aborto è successo perché gli eserciti non necessitavano più di soldati” osserva Scaraffia.

È notizia di ieri che la Cina ha deciso di ridurre il numero di aborti effettuati non per “scopi terapeutici”. La mossa del governo in realtà non stupisce più di tanto: rientra nelle nuove linee che, secondo Pechino, mirano a migliorare “la salute riproduttiva delle donne” e che fanno parte delle politiche per incoraggiare le famiglie ad avere più figli. Il pacchetto di misure è maturato nel pieno dei timori per il calo del tasso di natalità nazionale, che continua dal 2011. Non è la prima volta che la Cina adotta provvedimenti contro le interruzioni volontarie di gravidanza. Nel 2018 la provincia di Jiangxi aveva promulgato alcune linee guida che stabilivano che le donne incinte da più di 14 settimane, per poter abortire, dovevano aver ricevuto l’approvazione di tre professionisti medici in grado di confermare che l’aborto fosse necessario dal punto di vista medico. Le autorità sanitarie cinesi inoltre dal 2018 continuano a diffondere una cattiva propaganda nei confronti delle interruzioni volontarie di gravidanze indesiderate, che secondo il governo sono “dannose per le donne” e “rischiano di causare infertilità”. “In Cina negli scorsi anni le donne venivano costrette con la violenza ad abortire, adesso invece le obbligano a non abortire. Ha tutto a che fare con la politica. Sono leggi contro le donne e non c’è alcuna libertà” commenta Scaraffia.

La Cina è solo l’ultimo Paese ad aver adottato misure contro il diritto di aborto. A Gennaio 2021 il governo polacco ha annunciato pubblicazione e simultanea entrata in vigore con valore di legge della sentenza della Corte Costituzionale che vieta l’aborto, salvo in caso di incesto, stupro o pericolo per la vita della madre. Illegale anche l’interruzione di gravidanza nel caso di malformazioni gravi e letali del feto e di problemi sanitari tali da implicare l’inevitabile morte post parto del neonato. In Texas, una nuova legge contro l’aborto approvata questo settembre dai repubblicani impedisce l’interruzione volontaria se si può sentire il battito del feto, cioè all’incirca intorno alle sei settimane di gravidanza. Dunque quando la maggior parte delle donne nemmeno sanno di essere incinte. La legge texana, al contrario di quella polacca, vieta l’aborto anche in caso di stupro e incesto. Inoltre autorizza i privati cittadini a denunciare i casi di aborto di cui sono a conoscenza, per permettere di perseguire quello che viene considerato un reato. E in effetti ad un medico che ha dichiarato di aver praticato un aborto in violazione della nuova legge è successo di essere denunciato da due privati cittadini. Negli ultimi giorni la legge in Texas è stata ancora ulteriormente inasprita. Il governatore Greg Abbott infatti ha introdotto un’altra nuova legge che riguarda i farmaci che inducono l’aborto. Le nuove norme, che entreranno in vigore a dicembre, restringono la finestra in cui medici e cliniche nel Paese possono somministrare tali medicinali da 10 settimane a 7. Ma sono tanti i Paesi degli Stati Uniti ad aver approvato negli ultimi anni leggi o emendamenti che limitano il diritto all’aborto. Tra di loro Kentucky, Mississippi, Ohio e Georgia e poi Alabama, Missouri, Louisiana. Il Mississippi ha imposto il divieto su quasi tutte le interruzioni di gravidanza dalla 15esima settimana. Sul caso si esporrà la Corte Suprema, a maggioranza conservatrice, il prossimo 1 dicembre, in quella che potrebbe essere una sentenza storica per il Paese e per tutti gli Stati Uniti.

I Paesi che invece hanno dichiarato apertura

Per capire quanto il tema del diritto all’aborto sia conteso e divisivo basta pensare che l’amministrazione di Joe Biden ha deciso di fare causa al Texas per la legge sull’aborto approvata in Texas. Il dipartimento di giustizia dell’amministrazione centrale ha sottolineato che la legge “interferisce illegalmente con gli assunti federali” ed è “anticostituzionale”. La verità è che nello stesso momento in cui molti Paesi dichiarano la loro chiusura nei confronti dell’interruzione volontaria di gravidanza, altri invece, anche di forte tradizione cattolica, si aprono a questo diritto. È il caso di San Marino, dove pochi giorni fa un referendum storico ha stabilito la depenalizzazione dell’aborto. Il sì ha vinto con il 77,28% dei voti contro il 22,72%. Un risultato storico per la Repubblica di San Marino, che a 43 anni di distanza dalla legge italiana ammette l’aborto. Un risultato importante soprattutto perché San Marino rimane uno Stato con una tradizione fortemente cattolica. È infatti uno Stato cattolico confessionale che nella tradizione politica e sociale si definisce fondato dal Santo Marino, appunto, nell’anno 301. Qui l’aborto, fino ad ora, era un reato punibile con la reclusione fino a 6 anni. Ora, con la vittoria del sì, il Congresso di Stato sarà chiamato a redigere entro sei mesi un progetto di legge volto a disciplinare l’interruzione volontaria di gravidanza sul territorio della Repubblica. “Nel Referendum ha contato molto il voto delle nuove generazioni che hanno una mentalità diversa rispetto a prima e hanno capito che proibire legalmente l’aborto non è la via corretta per fare in modo che venga meno praticato” racconta Scaraffia.

La stessa strada di San Marino è stata percorsa sempre a settembre dal Messico, dove una sentenza delle Corte Suprema considerata storica ha aperto la strada verso la piena depenalizzazione dell’aborto. La Corte Suprema ha approvato all’unanimità l’applicazione dei requisiti di legge per l’interruzione volontaria che prima erano seguiti in 4 dei 32 Stati. Ora tutti gli Stati dovranno uniformarsi a tale sentenza. La decisione rappresenta una svolta in un Paese profondamente cattolico che contrasta nettamente con le restrizioni più severe introdotte oltreconfine, in Texas. Prima, nel Paese, per una donna che praticava volontariamente il suo aborto o alla persona che la faceva abortire con il suo consenso, erano previsti da uno a tre anni di carcere. Negli ultimi giorni la corte suprema ha anche eliminato una parte della legge sanitaria del Paese che permetteva al personale medico di rifiutarsi di praticare aborti per motivi di obiezione di coscienza.

E poi c’è la Spagna, dove il governo di Pedro Sánchez ha annunciato che entro dicembre sarà pronto un progetto di riforma della legge sull’aborto che intende regolare l’obiezione di coscienza nella sanità pubblica. Secondo la ministra dell’Uguaglianza Irene Montero “in Spagna l’obiezione di coscienza è l’ostacolo principale per garantire il diritto all’aborto e pertanto va riformata”. Il governo vuole eliminare anche la necessità del consenso dei genitori per le giovani di 16 e 17 anni, come deciso dai Popolari nel 2015.

La situazione in Italia

In Italia il numero degli aborti continua a diminuire. Le interruzioni volontarie di gravidanza nel 2019 sono state 73.207, -4,1% rispetto al 2018. Il dato provvisorio del 2020 è invece di 67.638 interruzioni, (-7,6% rispetto al 2019).
Il tasso di abortività conferma il trend in calo: è pari a 5,8 per 1.000 nel 2019 (-2,7% sul 2018) e pari a 5,5 come valore preliminare nel 2020. Il dato italiano è tra i più bassi. Dalla Relazione emerge che nel 2019 il numero di interruzioni è diminuito in tutte le aree geografiche e in tutte le classi di età rispetto al 2018, tranne che tra i 35 e i 39 anni. La tendenza al ricorso all’aborto nel nostro Paese è in costante diminuzione ormai anche tra le cittadine straniere, anche se continuano ad essere una popolazione a maggior rischio di abortire rispetto alle italiane: per tutte le classi di età hanno tassi di abortività più elevati delle italiane di 2-3 volte.

Il numero di aborti varia a seconda delle regioni. Le diminuzioni percentuali più elevate sono state registrate in Molise, Umbria, Marche, Calabria e Lazio. Mentre in Valle d’Aosta e Basilicata si è registrato un lieve aumento di interventi e tassi di abortività. In Molise inoltre, secondo i dati del ministero, solo l’1,5 per cento delle interruzioni viene fatto con l’uso dei farmaci, mentre in Piemonte si arriva al 47,6%. Anche il numero di medici obiettori cambia a seconda delle regioni. In generale, stando ai dati, il 67% dei ginecologi italiani resta obiettore, anche se la cifra è in diminuzione rispetto al 2018. Sull’obiezione di coscienza fra i ginecologi si toccano però punte dell′85,8%, in Sicilia, e fra il personale non medico si arriva a toccare quota 90% in Molise.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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