Cinema sostenibile: i nuovi set green, dove nascono le buone pratiche

·5 minuto per la lettura
Photo credit: Loris T.Zambelli
Photo credit: Loris T.Zambelli

Quanto consuma il cinema? Qual è il suo impatto sull’ambiente? È la domanda che s’è posta Tempesta, casa di produzione indipendente fondata da Carlo Cresto-Dina tra Italia e Regno Unito, che ha prodotto film amati e premiati come Le meraviglie, Le ultime cose, L’intrusa. Costa comunque troppo, è la risposta. Anche produzioni relativamente contenute: Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, che Tempesta ha prodotto nel 2018, Palma d’oro a Cannes per la sceneggiatura, avrebbe avuto un impatto potenziale di 330 tonnellate di Co2 equivalente. Emissioni che servono, per intenderci, alla produzione di 132.000 hamburger, 47 volte quanto inquina un cittadino europeo all’anno.

Photo credit: Courte
Photo credit: Courte

“Avrebbe” se Tempesta, quando la sensibilità ambientale non era una tendenza non avesse fondato EcoMuvi, il primo protocollo europeo che certifica la performance di sostenibilità nella produzione audiovisuale e ha consentito, per dire, a Lazzaro felice di risparmiare 249 tonnellate di Co2 (e parecchi hamburger). «Non ci voleva molto ad accorgersi che si poteva fare meglio», spiega Valeria Jamonte, produttrice di Tempesta, «un set sorge ogni volta dal nulla, genera un traffico intenso di persone e merci e tanti rifiuti. Abbiamo pensato a un protocollo di buone pratiche non come risorsa interna, ma come strumento da condividere gratuitamente», spiega Jamonte. «I nostri film sono stati una sorta di crash test per capire cosa si poteva migliorare». Da Il capitale umano, il primo dei test (“solo” 94 tonnellate di Co2, compensate con la piantumazione di 135 alberi) a oggi, EcoMuvi ha seguito molti film, tra i più recenti Ariaferma di Leonardo Di Costanzo, atteso nei prossimi mesi, e set di altre produzioni, come Princess di Roberto de Paolis, Tutti per Uma di Susy Laude e Io e Spotty, di Cosimo Gomez.

Photo credit: Courtesy
Photo credit: Courtesy

EcoMuvi, che sta per annunciare un aggiornamento del protocollo che estende la sostenibilità a tutti i settori del set promuovendo il riuso, il noleggio o l’impiego di materiali riciclati ed equo-solidali, ha anche delineato una professione inedita, il manager della sostenibilità sul set, incarnata a Tempesta dalla giovanissima Ludovica Chiarini, una formazione nel cinema e una specializzazione nella transizione alla sostenibilità di aziende o progetti. L’incontro con Tempesta era inevitabile: «Quando mi sono affacciata in questo mondo, loro erano i principali interlocutori». Cosa fa un’EcoMuvi manager? «Nella preparazione affianco i capireparto per capire quali siano le necessità e poi stendo un piano di attività che crei un circolo virtuoso di acquisizioni e smaltimenti sul set. In ultimo si ricorrerà alla compensazione delle emissioni inevitabili».

Photo credit: Courtesy
Photo credit: Courtesy

Nulla si crea, nulla si distrugge: sui set sostenibili questa legge vale per tutti, dalla cosmesi al comparto costumi. «Dove la prima opzione», spiega, «è comprare o noleggiare abiti vintage. Quando invece bisogna confezionare capi ad hoc, la scelta cade sui tessuti rigenerati, ecopelli prodotte con scarti vegetali o minerali. Un’altra opzione è l’equo-solidale, che scongiura il rischio di sfruttamento della manodopera. Lo stesso vale per le scenografie: per fare un esempio recente, in Sardegna abbiamo allestito una prigione per il film di Di Costanzo. A smantellarla ci ha aiutato, come sempre, il principio del design for disassembly: la progettazione finalizzata al recupero dei materiali per categorie. Siamo riusciti a donare il legno all’Accademia delle Belle arti di Sassari e altre parti, come le grate, sono tornate a chi le noleggia. Ma scenografie e costumi rientrano in circolo anche tramite donazioni fatte alle scuole e a enti benefici».

Photo credit: Gianni Fiorito
Photo credit: Gianni Fiorito

«È un modo di lavorare molto naturale», testimonia Chiara Bellosi, regista di Palazzo di Giustizia, che ha ricevuto una grande accoglienza alla Berlinale 2020. «Cambiano molti gesti quotidiani radicati, altri ci sono già familiari: al posto dei cestini, il catering era locale e ottimo, ogni giorno arrivava nel suo scaldavivande. Vicino alla macchina del caffè c’erano tre sacchetti della spazzatura e tazze biodegradabili. Nel film c’è un uccellino che sopravvive a una giornata difficile: è già un bel messaggio, ma in realtà i volatili erano cinque, per non far subire allo stesso ore di luci e stress. Andavamo al lavoro a gruppi di tre o quattro, attori compresi. I viaggi in macchina con l’organizzatore e l’aiuto regista sono stati, oltre che un risparmio energetico, momenti preziosi per fare il bilancio della giornata, scambiarci opinioni e trovare soluzioni».

Photo credit: Courtesy
Photo credit: Courtesy

Ma un set EcoMuvi risparmia anche economicamente? «Si spende spesso meno», conferma Chiarini, «mai di più. Un vantaggio proviene dai contributi selettivi per le produzioni che si impegnano a ottenere una certificazione ambientale». «Oltre al ministero, ci aiuta anche l’attività lodevole di alcune Film Commission», aggiunge Jamonte, «come la Sardegna e il Trentino, che già promuovono una produzione sostenibile sul territorio ed erogano fondi a chi adotti disciplinari di sostenibilità».

L'aspetto cruciale, insomma, è la sensibilizzazione. «Gran parte del lavoro» conferma Chiarini, «consiste nella formazione: si tratta di convincere persone di grande esperienza a cominciare a fare le cose in modo diverso, cambiare fornitori e abitudini consolidate. Per questo, prima del lavoro sul set, mando a tutti delle lettere per spiegare cosa cambierà, in che modo e soprattutto perché. Anche agli attori, che sono quelli meno coinvolti, ma portano la bandiera del lavoro di tutti. Chi più, chi meno, sono tutti curiosi, si mettono alla prova. Ciò che ci sta a cuore è riuscire a passare il messaggio: una volta che queste persone cambiano il loro modo di lavorare, poi lo condividono su altre produzioni». «I set sostenibili», prosegue Valeria Jamonte, «diventano il vivaio di buone pratiche anche per l’indotto. Se uno scenografo chiede ai fornitori sul territorio il legno certificato o determinati ecomateriali, anche loro cominceranno a incuriosirsi e a specializzarsi. Insomma, è un lavoro di semina, che mette in circolo processi virtuosi. Per noi è la soddisfazione più grande».

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli