I cinesi sempre più emarginati a causa del coronavirus

Andrea Nobili Tartaglia

Il coronavirus si è diffuso in tutto il mondo e sono si sono diffusi comportamenti discriminatori non solo verso i cinesi ma nei confronti delle comunità asiatiche, rilevano diversi studiosi interpellati dalla France Press.

C'è stato un picco di segnalazioni di retorica anti-cinese le cui vittime sono persone di origine asiatica, indipendentemente dal fatto che siano mai state o meno in Cina o nella città focolaio dell'epidemia o in qualche modo a contatto con il virus, anche in Italia. Ci sono notizie di turisti cinesi rifiutati a Venezia, una famiglia di Torino è stata accusata di essere portatrice della malattia, una studentessa cinese fatta scendere da un bus a Cuneo, e alcune madri di Milano hanno chiesto attraverso i social media che i bambini fossero tenuti lontani dai compagni di classe cinesi.

In Canada, un uomo bianco è stato ripreso mentre diceva a una donna sino-canadese "ti è caduto il coronavirus" nel parcheggio di un centro commerciale locale. In Malaysia, una petizione per "impedire ai cinesi di entrare nel nostro amato Paese" ha raccolto quasi 500 mila firme in una settimana.I casi fanno parte di ciò che l'Australasian College for Emergency Medicine ha descritto come "disinformazione", che, a suo dire, sta alimentando il "profiling razziale" in cui "si fanno ipotesi profondamente angoscianti su "cinesi" o sugli "asiatici".

Non è la prima volta che accadono simili episodi, anzi, si tratta di una situazione che si verifica in molti casi di epidemia. La malattia del tifo è stata a lungo accompagnata da sospetti su stranieri - dagli immigrati irlandesi presi di mira nel panico da Typhoid Mary dell'America del 1900 alle forze di pace nepalesi accusate di aver portato il colera ad Haiti, colpita dal terremoto nell'ultimo decennio.

"È un fenomeno comune", spiega Rob Grenfell, direttore della salute e della biosicurezza dell'agenzia australiana di ricerca scientifica Csiro. "In occasione di epidemie nella storia dell'umanità, abbiamo sempre cercato di diffamare alcuni sottoinsiemi della popolazione", ha detto, confrontando il comportamento ricordando la peste in Europa del 1300, quando gli stranieri e i gruppi religiosi subivano discriminazioni.

"Certo, è emerso in Cina", ha detto parlando del coronavirus, "ma non è un buon motivo per diffamare i cinesi". In un commento per il British Medical Journal, il dottor Abraar Karan ha avvertito che questo comportamento potrebbe scoraggiare le persone con sintomi dal farsi avanti. Claire Hooker, docente di salute all'Università di Sydney, ha avvertito che le risposte dei governi potrebbero aver aggravato i pregiudizi.

L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha messo in guardia contro "misure che interferiscono inutilmente con i viaggi e il commercio internazionale", ma questo non ha impedito a decine di Paesi di introdurre divieti di viaggio. La minuscola nazione del Pacifico della Micronesia ha vietato ai suoi cittadini di visitare del tutto la Cina continentale. "I divieti di viaggio rispondono in gran parte alle paure della gente", ha detto Hooker, e anche se a volte giustificati, spesso "hanno l'effetto di cementare un'associazione tra i cinesi e i virus spaventosi".

Abbey Shi, una studentessa nata a Shanghai e residente a Sydney, ha detto ha equiparato definito l'atteggiamento di alcuni suoi coetanei "un attacco agli studenti cinesi". Mentre il governo conservatore australiano ha messo i connazionali che tornano da Wuhan - la città centrale cinese all'epicentro del virus - in quarantena in un'isola remota per la quarantena, migliaia di studenti ancora bloccati in Cina rischiano di subire danni al loro percorso educativo.

"In questo momento sembra che debbano perdere l'inizio del semestre e potenzialmente l'intero anno, a causa del modo in cui sono organizzati i corsi", ha detto Shi. Secondo Hooker, gli studi di Toronto sull'impatto della Sindrome Respiratoria Acuta Grave, o Sars - l'epidemia globale di coronavirus del 2002-2003 - hanno mostrato che l'impatto del sentimento xenofobo è spesso durato molto più a lungo dei timori sulla salute pubblica.

"Anche se ci può essere un freno alle forme dirette di razzismo in seguito ad un calo delle notizie sulla malattia, i tempi per la ripresa economica sono piu' lunghi e intanto la gente continua a sentirsi insicura", ha spiegato. La gente non tornano rapidamente nei negozi o nei ristoranti cinesi, e pesa la disinformazione attraverso la diffusione di notizie inesatte ad opera dei social media - come ad esempio un post, diventato virale che raccomanda di evitare il consumo di spaghetti per sicurezza. "È in un certo senso come se gli effetti non fossero mai svaniti dalla Sars all'attuale coronavirus, perché la rappresentazione della Cina come luogo di origine delle malattie resta persistente".