Cinquant'anni della foto della "bambina del napalm"

Bambini fuggono terrorizzati lungo la Route 1 vietnamita, colpita dal napalm degli americani. Fra loro la figura esile di Kim Phuc, 9 anni.

Mezzo secolo dopo la "bambina del napalm" incontra nella sede dell'Associated Press il fotografo che ha immortalato gli scatti diventati simbolo della tragedia della guerra. Lui, ormai pensionato, è Nick Ut e quel giorno le ha anche salvato la vita.

"Volevamo rivedere il negativo. Quel giorno è successo davvero... I miei piedi erano bruciati e tutto il mio collo, la mia schiena, sì. Potete vedere tutte le bruciature qui", dice Kim Phuc mostrando le cicatrici.

La capacità di posare la macchina fotografica

All'epoca Ut aveva 15 anni e collaborava con l'ufficio di Saigon dell'agenzia di stampa. Quel giorno ha scattato immagini storiche, ma ha avuto anche la prontezza di posare la macchina fotografica, avvolgere Kim in un lenzuolo e portarla in salvo. Ha scattato migliaia di fotografie della guerra che ha dilaniato il suo Paese.

"Quando ho scattato la foto, un ragazzo è morto proprio davanti alla mia macchina fotografica - ha detto - Ma con la coda dell'occhio ho visto Kim correre senza vestiti. Ho notato che stava bruciando. Quando è passata ho guardato il suo corpo e ho capito che sarebbe morta in un attimo. Per questo ho posato tutta la mia attrezzatura fotografica in strada. Volevo aiutarla subito. Non volevo scattare altre foto".

Dobbiamo affrontare questa violenza e il primo passo è guardarla

Storia di un'amicizia

Kim oggi si dedica all'assistenza di chi, come lei, è scampato alla guerra. Rifugiata in Canada, ha fondato la Kim Foundation International per aiutare i bambini negli scenari di conflitto in tutto il mondo, anche in Ucraina.

La foto è valsa a Ut un premio Pulitzer e gli eventi dell'8 giugno 1972 hanno ispirato un'amicizia che dura da mezzo secolo.

La donna racconta che non è stato sempre facile rivedersi in quella foto. A volte le è capitato anche di odiare il fotografo per aver immortalato quell'istante. "Mi sono sentita brutta e in imbarazzo", ha scritto in un editoriale sul New York Times. "Il napalm ti accompagna per tutta la vita, il dolore cronico a volte è stato insopportabile". Kim ha raccontato di aver sofferto di ansia e depressione nella sua vita, non sopportando di essere diventata un simbolo per un vissuto esposto davanti a tutti, quando lo avrebbe solo voluto nascondere.

La potenza di un'immagine

Oggi la donna è riconoscente al fotografo. "Lo chiamo zio Ut - racconta - ci sentiamo regolarmente". A mezzo secolo di distanza e dopo aver trovato la sua vocazione - quella di aiutare chi è passato attraverso gli stessi traumatici eventi, Kim arriva anche a giustificare la necessità di esporre le vittime di violenza.

"Forse non vediamo i corpi, come nelle guerre all'estero, ma le sparatorie di massa sono l'equivalente domestico della guerra - ha scritto riferendosi al massacro di Uvalde, in Texas - Il pensiero di condividere le immagini della carneficina, soprattutto di bambini, può sembrare insopportabile - ma dovremmo affrontarle. È più facile nascondersi dalla realtà della guerra se non ne vediamo le conseguenze. Credo che mostrare al mondo le conseguenze delle armi da fuoco possa far capire quanto è terribile la realtà. Dobbiamo affrontare questa violenza e il primo passo è guardarla".

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