Cinquemila in piazza del Popolo, Calenda si coccola il suo salotto

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(Photo: ETTORE FERRARIANSA)
(Photo: ETTORE FERRARIANSA)

“Ma avete visto che piazza? Ma ditemi chi ha fatto una campagna elettorale così”. È orgoglioso Carlo Calenda quando arriva nel suo “salotto” del centro di Roma in un frusciare di bandiere blu con il suo nome stampato sopra. È l’unico dei candidati ad aver accettato la sfida di misurarsi con una delle storiche piazze da comizio della Capitale, una sfida che numeri alla mano ha vinto. Più di cinquemila dentro le transenne che delimitano lo spazio autorizzato dalla questura, Matteo Richetti, gran cerimoniere della serata, a un certo punto deve dare lo stop, varchi chiusi. Poco male, da dietro cambia poco.

Hp (Photo: Hp)
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Chi è riuscito a passare oltre cerca il candidato, non c’è retropalco, è tutto aperto, l’ex ministro cerca il contatto con i suoi. Abbraccia, saluta, sorride. Una signora di una certa età lo placca, lo saluta come fosse suo zio. Lui è perplesso, lei quasi sgomenta: “Non ti ricordi di me?”. Il tempo di elaborare la situazione, ecco che Calenda distende le sopracciglia aggrottate: “Ueee, carissima, ma certo, come stai?”. Sfugge per un pelo alla di lei consegna di “una lettera dolcissima”, selfie con il candidato sindaco di Manfredonia, foto di rito con i tantissimi ragazzi accorsi in piazza. I volti noti si contano sulle dita delle mani. Oltre a Richetti fa capolino l’ex sindacalista Marco Bentivogli, c’è Mara Mucci, ex 5 stelle della scorsa legislatura da un po’ di anni vicina al mondo dei Radicali prima, di Calenda ora, c’è Luigia Luciani, la conduttrice strappata a Radio Radio, l’emittente romana dove è diventato noto Enrico Michetti e che gli sta tirando la volata, candidata per un posto in consiglio comunale: “È stata dura ma sono tanto contenta - racconta - ho fatto una campagna elettorale tutta da sola”.

Sotto il palco qualcuno del suo staff ragiona soddisfatto: “È andata bene, i numeri ci premiano”. Ma nei sondaggi si parte dietro, e le domande si affastellano: “Abbiamo bucato tanto nella borghesia, nella classe ministeriale, a Roma nord più che a Roma sud. Basterà?”.
Non sa dare una risposta Giuliano Ferrara. Siede a un tavolino di Rosati, storico bar della romanità che si affaccia sulla piazza, come promesso ieri dalle colonne del Foglio: “Sono due anni che non vivo a Roma, non ho il polso”. Suo l’endorsement dei “salotti”, contesto sociale che è diventato un marchio che gli avversari gli attaccano addosso per irriderlo, che Ferrara esalta: “Dopotutto siamo a piazza del Popolo, il salotto per eccellenza del centro di Roma”. Quando parla dei Parioli dal palco Calenda accentua l’accento romano, quasi per renderlo più popolare ai romani stessi (“Aò, è un quartiere de Roma!”), è convinto di vincere, certo per tattica ma lo sembra veramente: “Arriveremo al ballottaggio io e Gualtieri”. È tutto un parlare di sé, sopra e sotto il palco: “Ho detto a Letta”, “Ieri Salvini mi ha detto”.
Lo stile è quello di sempre, giacca blu, camicia bianca, jeans e clarks ai piedi. È arrivato con un pullmino con stampato il suo faccione, lo stesso con cui ha girato orgogliosamente per tutta la campagna elettorale. “Ogni metro è un voto”, dice un po’ scherzando e un po’ no. Ne ha per tutti. “Mai con i 5 stelle”, “Della Lega non me ne frega niente”, gli attacchi del Pd sono “per il nervosismo”. La piazza ci crede: “Dai Carletto, ce la possiamo fare!”.
Parla una mezz’ora abbondante, si ritorna dal suo fan più celebre. Per Ferrara è “una superstar”. Può sfondare nelle periferie? L’occhio dell’ex direttore del Foglio si illumina, poi spiega che “quando ero candidato al Mugello ho fatto una bella campagna, ero apprezzato, dicevo cose ragionevoli. Poi vedevo questi casermoni a Sesto Fiorentino e pensavo che quelli votavano chi gli dicevano di votare”. Il discorso “è stato molto buono”, qualcosa però non è andata: “Ci ha messo tanto di quel che chiede ai romani, c’è stato poco di quel che darà lui a loro. Tanti ‘lavoriamo’, ‘organizziamo’, ‘impegnamoci’ e via discorrendo. Queste in politica sono posizioni di minoranza”.
Passa una Smart a bordo piazza, un ragazzo filma col cellulare la scena, la volante dei vigili urbani che gli sta davanti lo guarda e non dice una parola, lui urla: “A Calèèèè, quattro per cento!”, quindici secondi per una storia Instagram di successo. Il traffico si ferma, un tavolino di un bar blocca la fila. La volante dei vigili continua a guardare, qualcuno arriva a spostare il tavolino, la fila riparte stancamente, Roma fra due giorni vota il suo sindaco.


Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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