Cirio non ci sta: perché il Piemonte e non altri?

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Dpcm, cresce il malcontento delle regioni “rosse”
Dpcm, cresce il malcontento delle regioni “rosse”

”Adesso cosa rispondo io a un ristoratore piemontese che mi domanda perché lui è costretto a chiudere mentre a Napoli, dove la situazione epidemica è analoga alla nostra, le persone possono serenamente andare a mangiare la pizza sul lungomare?”. Lo ha affermato in un’intervista a La Stampa Alberto Cirio, presidente della Regione Piemonte. “Ho sempre condiviso la necessità di un inasprimento delle misure, tant’è che io stesso nelle scorse settimane ho adottato ordinanze restrittive per i centri commerciali, ho ridotto la capienza del trasporto pubblico e ho introdotto la didattica a distanza per le scuole superiori. Pretendo però che venga fatta chiarezza sul metodo adottato dal governo per decretare la suddivisione del Paese in fasce di rischio. Noi avevamo chiesto misure omogenee per tutto il Paese: una zona arancione molto estesa con misure eventualmente più rigide in alcune aree a maggiore criticità. Non siamo stati ascoltati e il risultato è che regioni con situazioni simili rientrano in zone di rischio diverse in base a criteri che non ci sono stati spiegati. Non solo. Oggi abbiamo aree rosse accanto ad aree gialle, come se il virus rispettasse i confini geografici”. Sul presidente della Lombardia Fontana che ha parlato di “schiaffo alle Regioni” Cirio afferma: ”Condivido l’irritazione per delle scelte prive di logica e basate su dati aggiornati a dieci giorni fa. Non si è tenuto conto ad esempio del fatto che il nostro Rt, pur restando alto, ha registrato un calo per effetto delle misure di contenimento già adottate. E poi ci sono cinque Regioni che non trasmettono i dati completi al ministero: questa è una prova ulteriore della fragilità del sistema di valutazione messo in piedi dal governo”.

Bonaccini: dobbiamo ascoltare Mattarella e abbassare i toni, tutti

“Siamo tutti in una condizione di pandemia, tutti dobbiamo rispettare le regole, tutti abbiamo il dovere di fare in modo che le misure funzionino. È il momento della responsabilità e dell’unità, dimostriamo di essere un grande Paese e ne usciremo prima e meglio”. Lo ha affermato in un’intervista al Corriere della Sera il presidente della Regione Emilia-Romagna e della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, in merito alle nuove misure contro il coronavirus e alla divisione dell’Italia in tre fasce.

“Non abbiamo bisogno di accrescere il livello di scontro ma semmai di lavorare assieme. Lo dico a me stesso, al governo e ai miei colleghi presidenti di Regione. Ascoltiamo il presidente Mattarella e abbassiamo i toni, una pandemia non si sconfigge con la polemica”. “Non ci sono trattative, non siamo al calciomercato. Ci sono 21 parametri e i relativi dati forniti dai territori, valutati dagli esperti. Non troverei sbagliato un livello di confronto tecnico, di volta in volta, tra gli esperti del ministero e quelli delle Regioni coinvolte. Ne parleremo col ministro, ma l’importante è che qualsiasi meccanismo abbia come obiettivo la tutela della salute pubblica. La pandemia incide profondamente su famiglie e imprese. Al netto delle manifestazioni di violenza e vandalismo, inaccettabili e ingiustificabili, abbiamo l’obbligo di ascoltare chi rischia di chiudere e non riaprire più. Come Regioni abbiamo insistito da subito perché alle misure restrittive fossero affiancati ristori certi, adeguati e immediati. Ben venga un decreto ristori-bis” ha aggiunto Bonaccini.