Civiltà cattolica: perché il Parlamento non decide sul fine vita? -3-

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Città del Vaticano, 31 ott. (askanews) - La sentenza della Consulta "potrebbe orientare il Parlamento a trovare un punto di equilibrio tra la posizione libertaria, che considera il principio di autodeterminazione un assoluto, e la posizione statalistico-paternalista della legislazione vigente, che non include l'autodeterminazione del soggetto. Lo ribadisce la Corte costituzionale, che 'guarda alla persona umana come a un valore in sé, e non come a un semplice mezzo per il soddisfacimento di interessi collettivi', e chiede al Parlamento di 'proteggere il soggetto da decisioni in suo danno'. Il Parlamento potrebbe riscrivere l'art. 580 del Codice penale, limitando la fattispecie dell'aiuto al suicidio ai soli soggetti che concorrono alla decisione e distinguendo la pena per l'aiuto al suicidio in generale dall'istigazione al suicidio, che rimarrebbe reato19. Così l'aiuto al suicidio resterebbe un reato sotto il profilo oggettivo, con una clausola di non punibilità al verificarsi di condizioni specifiche20. Occorre precisare meglio, ad esempio, come possa prendere una decisione un paziente tenuto in vita da un sostegno vitale. La legge dovrebbe anche regolare il diritto al trattamento sanitario e i suoi limiti, che è invece lasciato nelle mani dei giudici, ma anche precisare meglio la relazione di cura tra medico e paziente basata sulla fiducia anche davanti a prognosi infauste".

Il legislatore, "senza sfidare la sentenza, è chiamato a rimanere nel solco della direzione tracciata dalla Corte e circoscrivere le clausole, garantendo il diritto di obiezione del personale medico", scrive il quindicinale dei gesuiti. (Segue)