"Negazione, ansia, paura. Così gli italiani vivono i nuovi contagi"

Maria Elena Capitanio
·Giornalista e scrittrice
·8 minuto per la lettura
Claudio Mencacci (Photo: Claudio Mencacci)
Claudio Mencacci (Photo: Claudio Mencacci)

“Con la pandemia ci attendiamo 150.000 nuovi casi di depressione grave, con il 63 per cento degli italiani che ha avuto sintomi psichici durati più di quindici giorni”. Lo psichiatra Claudio Mencacci a colloquio con HuffPost spiega gli effetti sulla psiche della seconda ondata. Paura, negazione e rabbia vengono sperimentate ormai quotidianamente da una popolazione alle prese con le nuove misure di contenimento del virus. Limiti ora percepiti come indigesti, che proiettano a data da destinarsi l’orizzonte spensierato della normalità e del divertimento a cui si era abituati prima di quel maledetto evento periodizzante, sintetizzato nell’acronimo Covid-19. Nella fase-uno, chi ha avuto la fortuna di non ammalarsi, di non subire lutti e di avere un posto fisso, in alcuni casi ha vissuto il lockdown come un’esperienza di grande sacrificio da consumare, però, one-shot, con un limite temporale breve, alleviata dai canti di solidarietà collettiva alle finestre. Ora, invece, con il naso (coperto da mascherina) a strapiombo sulla seconda ondata, nessuno tollera più questo modo di tirare a campare e lo sconforto è in agguato. “In questi giorni – spiega il Presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia – utilizzo una frase di Murakami che fa così: probabilmente non saprai neanche tu come avrai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo, ma su un punto non c’è dubbio, ed è che tu uscito da quel vento non sarai lo stesso che vi è entrato”.

La seconda ondata sembra aver mutato la nostra psicologia: siamo stanchi e il “desiderio di tornare a fare le cose della vita di prima come le facevamo prima” ci attanaglia. Sono le parole usate sul Corsera dallo scrittore Paolo Giordano, lei è d’accordo?

Non ho citato Murakami a caso. Stiamo assistendo al desiderio di tornare a ‘com’era prima’, ma è un desiderio perdente, un pensiero che non accettando il cambiamento disegna un’età dell’oro, un tempo che era stato e non torna più. Da un lato c’è incertezza, dall’altro c’è sempre molto forte una paura che viene affrontata o con una negazione o con un evitamento, ma di base la paura genera sempre rabbia.

Sono uscite alcune survey internazionali che parlano di problemi di salute mentale, depressione, ansia, ecc.

Sì e quella che mi ha colpito di più dice che il 63 per cento dei cittadini italiani ha avuto sintomi psichici durati più di quindici giorni. Più alti di noi ci sono gli Inglesi e gli spagnoli, più bassi i tedeschi, al 50 per cento.

Quali sono i sintomi maggiormente diffusi?

Sono stati sperimentati una serie di sintomi che sono in larga parte – al di là dei disturbi del sonno che poi generano irritabilità – sintomi depressivi, d’ansia, soprattutto grandissima paura.

Una parola che torna.

Il tema del ritrovarsi in una condizione di essere nuovamente sigillati – a causa di un nemico invisibile nella sua azione, ma molto visibile nei suoi effetti – porta a negare questa condizione. Siamo di fronte anche a uno scontro generazionale: c’è una fascia di popolazione, quella adolescente, dei giovani adulti, e una fascia di persone con più di 65 anni, che nel nostro Paese sono il 22 per cento, che si stanno scontrando sugli stili di vita, sul sentimento di protezione e di reciproca responsabilità. C’è una pressione da parte dei giovani che, in parte per sua natura e in parte per questo suo desiderio forte di condividere, che fa molta fatica ad accettare le limitazioni, soprattutto affettive che oggi ci vengono richieste perché dobbiamo imparare un altro linguaggio, dobbiamo imparare a gestire in maniera diversa anche la nostra affettività, dobbiamo riuscire a comunicare non con quelle manifestazioni alle quali eravamo abituati.

E lo stesso dicasi per le condizioni economiche.

Ci sono persone che si sentono giustamente molto danneggiate, l’impoverimento per molte persone è sulla soglia limite. Con la Società che presiedo abbiamo pubblicato su un’importante rivista internazionale quanto peserà l’insieme degli impatti psicologici legati al distanziamento relazionale, quanto legato ai lutti complicati di quanti hanno perso un congiunto caro, e sono tante, e quanto peserà l’aumento dell’impoverimento in tutta quella fascia sotto i 15.000 euro l’anno e di quanto peserà la disoccupazione. Si prevede che questi porteranno porteranno circa 150.000 nuovi casi di depressione grave. Sono numeri grossi che vanno ad aggiungersi a quelli che stabilmente abbiamo, che in Italia sono 1 milione.

La pandemia è stato un ‘lutto’ rispetto alla nostra vita di prima? Anche quando si tornerà alla normalità sarà una nuova normalità, senza possibilità di riavvolgere in qualche modo il nastro?

Non si riavvolge il nastro, io di questo ne ho l’assoluta certezza, anche perché adesso è arrivato il virus, ma il nastro ha cominciato a girare dal 2001, quando è iniziata la diffusione globale della paura. Noi stiamo parlando di una paura di oggi che poggia su un’altra paura di ieri. Queste paure stanno aumentando, sono iniziate con il terrorismo poi proseguite con diverse modalità, costringendo le persone a modificare le proprie modalità di interazione e i propri stili di vita, versando sempre più in una condizione di allerta. Adesso il nemico è invisibile ed è così diffuso da aver ingenerato un senso di preoccupazione.

Dobbiamo ancora accettare la realtà e smetterla di negarla?

Per accettare che le cose non possono tornare a essere quelle di prima, dobbiamo creare un clima di solidarietà, di vicinanza per darci il coraggio di affrontare il cambiamento, perché il cambiamento è già in atto e il tema è che le persone non riescono sempre a percepirlo e ad accettarlo. Non vorrei citare san Francesco d’Assisi, perché è già passato da qualche giorno il 4 ottobre…

Lo faccia, lo faccia.

Lui usa quella bellissima espressione ‘Dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare’.

Molto facile a dirsi, ma non a farsi, non crede?

Su alcuni passaggi della vita noi siamo impotenti. Nei passaggi che fanno sì che ci sia una trasformazione, un cambiamento, noi siamo impotenti. Lo sperimentiamo a volte nel corso della nostra esistenza quando finisce una storia d’amore. L’unica cosa che possiamo fare in quei casi è accettare un cambiamento.

Un po’ come lasciarsi con qualcuno e poi ricontrarsi? Non si è più gli stessi di prima. Ma si può tornare a essere felici insieme?

Servono due condizioni: che le persone siano cambiate e che siano cambiate nella stessa direzione, quindi può essere possibile se il tempo che è trascorso è un tempo sufficiente per adattarsi al nuovo scenario, alle nuove condizioni e per capire come sono cambiate le nostre aspettative, i nostri sogni, i nostri progetti. Ci eravamo illusi di prevedere, ora siamo in un mare travagliato e non possiamo permetterci di guardare la riva che abbiamo lasciato.

Siamo stanchi delle regole: la stanchezza pesa?

C’è una progressiva fragilizzazione della popolazione, le persone sono usurate da queste condizioni emozionali e ciò avrà un impatto sulla sanità.

Intende dire che anche gli operatori sanitari sono sotto stress?

Gli operatori non sono più quelli di prima, sono operatori che si sono usurati. Hanno già attraversato un periodo di grossissimo stress e anche di condizioni di burnout legate al sovraccarico. Hanno già fatto fatica e quindi dobbiamo contare che la loro capacità di risposta sia sempre efficace, però abbiamo a che fare con persone che sono stanche. Si tratta di un tema importante.

In quale direzione possiamo guardare per avere sollievo e credere nel futuro?

Possiamo appigliarci a questa capacità di resistere, di essere resilienti. Quello che viene chiesto alle persone è di essere compatte tra loro, che abbiamo fiducia negli altri. Quella del 2019 era una società che non si fidava di nessuno, in Italia trionfava la diffidenza, l’essere focalizzati a realizzare solo i propri interessi. Quella del 2020 ha riscoperto la solidarietà e ora dobbiamo guardare con fiducia la primavera prossima.

La sofferenza della pandemia, per chi non ha fatto la guerra, ci farà essere più felici una volta finito tutto?

Un giorno questo dolore ci sarà utile. Fino a prima della pandemia vigeva il culto dell’egolatria, il culto dell’anestesia dei sentimenti di solidarietà. Rispetto a quello io credo che tutto ciò che sta accadendo ci servirà, non ho dubbi che saremo migliori. Più poveri ma migliori.

Ultima cosa. Un recente articolo del New York Times racconta del boom negli Stati Uniti delle app per cercare un partner per una storia seria, di lunga durata. Non ci dica che il Covid ha interrotto il trend degli amori usa e getta, con le app per gli incontri sessuali lampo e il narcisismo…

Il sigillo, il lockdown e via dicendo, pone vari interrogati a tal proposito. Direi che nell’ambito della rivoluzione digitale, oltre all’e-commerce, l’e-governance e l’e-schooling, avremo di sicuro l’e-loving. Questo ci dice fondamentalmente che di fronte a momenti complessi si ha il bisogno di stabilire relazioni che abbiano un valore e che consentano un progetto, per questo di lunga durata.

Mancava da tantissimo tempo, vero?

Sì, perché non ci si rendeva conto del valore delle cose che si avevano attorno. Le si consumava, le si bruciava, come accadeva con le relazioni amorose. Ora credo che ci sia il ritorno alla progettualità ed è questo ritorno alla progettualità a darci un’idea di futuro.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.