Clementi: "Il sierologico prima della terza dose è inutile: va fatta a prescindere dal risultato"

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(Photo: Getty)
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“Chi vuole può anche sottoporsi a un sierologico, ma la terza dose andrà effettuata indipendentemente dal risultato. Fare il test per evitare il booster non è la strada giusta”. In attesa di sapere quale strategia sul lungo periodo verrà stabilita in Italia per la somministrazione dell’iniezione anti covid numero 3, qualcuno progetta di rilevare prima il numero degli anticorpi prodotti dal proprio corpo grazie alle due dosi precedenti, per valutare poi, in base al risultato, se esporre nuovamente o meno il braccio alla siringa. Un percorso - spiega ad Huffpost Massimo Clementi, direttore del laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Ospedale San Raffaele di Milano, co-fondatore e presidente della Società Italiana di Virologia - completamente errato.

Professor Clementi, perché non ha senso?

Non si può dire che sia sbagliato, ma non serve e non è collegato con l’efficacia della terza dose. Indipendentemente dal livello di anticorpi, il booster va a incrementare notevolmente la risposta immunitaria: sia quella degli anticorpi, sia quella cellulare. Dà una protezione efficace ed è da fare indipendentemente dal livello di anticorpi.

Non si rischia quindi un surplus di anticorpi?

Assolutamente no. In genere gli anticorpi decrescono tra i sei e i nove mesi dopo la seconda dose. Questo tuttavia non significa una mancanza di immunità. Ci può essere anche un’immunità cellulare, che non si misura con gli anticorpi ed è quella che ci protegge anche di più dall’infezione.

Ci spieghi meglio. Cos’è l’immunità cellulare?

Abbiamo due tipi di linfociti: quelli B, che una volta a contatto con l’antigene specifico producono gli anticorpi che poi vanno nel siero; e le cellule T, responsabili dell’immunità cellulare, che aggrediscono direttamente – senza rilascio all’esterno di un anticorpo – l’antigene, in questo caso il virus, che riconoscono.

Vale anche il contrario, dunque: pochi anticorpi rilevati dal test non impongono una fretta a sottoporsi alla terza iniezione?

L’informazione che fornisce la sierologia prima della terza dose è inefficace. Indipendentemente dal risultato, va fatta.

E per gli immunodepressi?

Per gli immunodepressi ci può dare un’informazione su come hanno risposto al vaccino nelle prime due dosi, ma non è sufficiente per la scelta della vaccinazione.

Per chi ha avuto il covid?

Chi ha avuto il covid, ha normalmente una risposta sierologica abbastanza evidente e duratura nel tempo. Si dice che la vaccinazione può essere effettuata per stimolare ulteriormente l’immunità in questi soggetti, non prima di sei mesi dall’infezione. Indipendentemente dalla sierologia.

A cosa servono allora i sierologici?

Servono a diagnosticare se c’è stato un contatto con il virus o con la vaccinazione. Non ci dice niente di più.

Ma un numero maggiore di anticorpi segnalato dal test equivale a una maggiore capacità di respingere il virus in caso di contatto con positivo?

Sì e no. C’è un livello di protezione al di sopra del quale avere una concentrazione più elevata di anticorpi non serve. Così come al di sotto della soglia potrebbe indicare una carenza.

Di che soglie parliamo?

Non ne è stata definita una per tutta la popolazione. Per le diverse varianti inoltre la protezione degli anticorpi è relativa a una potenza diversa. Tutti i vaccini che abbiamo sono stati realizzati sulla base della prima variante circolata di Sars Cov 2.

Da cosa dipendono le diverse risposte immunitarie?

Può dipendere da come il sistema immunitario del singolo soggetto vede l’antigene del vaccino, da quanto è attivo. Non sappiamo - a parte per gli immunodepressi – perché si risponde meno.

Effettuare tre dosi non è comunque inusuale...

Ci sono almeno quattro vaccini che operano così, tra cui quello per l’epatite.

Che prospettive ci sono sulla terza somministrazione?

Se la facessero tutte le persone più a rischio ospedalizzazione – i fragili, i soggetti dai 50 anni in su - credo che sarebbe molto utile. Non so se lo sarà altrettanto, dipende dall’andamento dell’epidemia, anche per chi ha meno di 50 anni.

Presumibilmente sarà l’ultima?

Difficile dirlo. Non sappiamo se questo virus cambierà, se gli anticorpi saranno sufficienti o serviranno altri vaccini più modulati sulle varianti diffuse. L’industria si sta già muovendo per creare vaccini tarati sulla Delta. Per il momento non è servito cambiare preparato, ma non è detto non lo sia in futuro. Ci sono molte evidenze sul fatto che questa infezione possa diventare endemica: pochi casi, ma ripetuti nel tempo, con una stagionalità invernale e questo virus si presenterà come uno dei tanti virus respiratori che ci infastidiscono.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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