Clima e finanza privata. Basta una montagna di dollari a salvare il Pianeta?

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Britain's Chancellor of the Exchequer Rishi Sunak holds up a Green Box during the UN Climate Change Conference (COP26) in Glasgow, Scotland, Britain, November 3, 2021. Steve Reigate/Pool via REUTERS (Photo: POOL via REUTERS)
Britain's Chancellor of the Exchequer Rishi Sunak holds up a Green Box during the UN Climate Change Conference (COP26) in Glasgow, Scotland, Britain, November 3, 2021. Steve Reigate/Pool via REUTERS (Photo: POOL via REUTERS)

Saranno i capitali privati a riuscire dove i finanziamenti pubblici hanno fallito? Arriveranno trilioni di euro di investimenti a far volare la transizione ecologica? La possibilità di una spinta potente verso la decarbonizzazione che venga dai mercati è uno degli elementi che stanno emergendo dalla Cop26 di Glasgow nella giornata dedicata alla finanza.

Oggi il Guardian ha anticipato un annuncio del governo britannico: la decisione di 450 grandi istituzioni finanziarie in 45 Paesi (con attività complessive per 130 miliardi di miliardi di dollari) di impegnarsi per ottenere un risultato concreto nell’abbattimento delle emissioni serra. Ma, come spesso accade in questi casi, c’è chi mette in discussione la misura e l’efficacia dell’impegno annunciato. Alcuni esperti e alcune associazioni ambientaliste sottolineano i limiti della scelta: non esiste un tasto on/off. Le banche e i fondi di investimento s’impegnano a uno spostamento progressivo dei loro asset dai fossili alle attività ad alto indice di sostenibilità. Non azzerano subito gli investimenti in petrolio, gas e carbone.

Tuttavia, anche se non si tratta di un’inversione a 180 gradi, lo spostamento di rotta del mondo della finanza è netto. Rishi Sunak, il cancelliere dello Scacchiere di Boris Johnson, ha detto che la City di Londra diventerà il primo “net zero finance centre”” al mondo: fisserà regole affinché le aziende pubbliche rendano pubblici loro piani per raggiungere le emissioni nette zero.

Anche l’Europa è allineata su questa posizione. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen ha invitato a “mettere un prezzo al carbonio, la natura non può più pagare quel prezzo. Siamo convinti che i mercati internazionali del carbonio ci possano permettere di raggiungere i nostri obiettivi dell’accordo di Parigi”. Aggiungendo che si deve mobilitare la finanza per accelerare la transizione climatica e aiutare i Paesi vulnerabili a compiere il salto verso uno sviluppo basato sull’energia pulita”. L’Unione europea contribuirà con 27 miliardi di dollari. Si è impegnata a raddoppiare i fondi per la tutela della biodiversità. E soprattutto indica le condizioni politiche che consentono agli investitori di fare le loro scelte: l’inquinamento prodotto dai gas serra deve avere un prezzo.

È lo scenario disegnato dagli interventi di Mario Draghi, del principe Carlo d’Inghilterra e del segretario Onu Antonio Guterres (“Il settore privato si sta svegliando, la Net-Zero Asset Owners Alliance, il gold standard per impegni credibili e obiettivi trasparenti, gestisce asset per 10.000 miliardi di dollari e catalizza il cambiamento in tutti i settori”). Se dai governi arriveranno indicazioni chiare sugli obiettivi ambientali, uno dei protagonisti della transizione ecologica sarà il mondo della finanza globale in cui tutto può mancare tranne il denaro. I flussi si misurano in trilioni di euro e sono prontissimi a imboccare la strada della sostenibilità purché convenga. Ma a quali condizioni può convenire? Questo è il vero tema.

A favore dello spostamento verso la transizione ecologica giocano vari fattori. Il primo è la crescente richiesta del mercato: a parità di prezzo (o con un prezzo moderatamente più alto per alcune fasce di consumo) le merci green vincono a mani basse perché la percezione della minaccia climatica si fa sempre più netta. Il secondo è la valutazione del rischio da parte degli investitori. Nello scenario in cui l’aumento di temperatura si ferma entro 1,5-2 gradi, la maggior parte delle riserve di combustibili fossili devono restare sottoterra, lo ricorda anche l’International Energy Agency. Conviene essere tra gli ultimi a investire in centrali pensate per durare decenni che potrebbero andare a sbattere contro le nuove regole a difesa del clima? Il dubbio sta spingendo i grandi operatori finanziari a ridurre la loro esposizione sul fronte dei combustibili fossili.

Ma il processo è lento e contraddittorio. Da una parte i governi hanno continuato a puntare sui fossili per uscire rapidamente dalla paralisi economica causata dalla pandemia. Dall’altra il settore assicurativo, afferma il rapporto Insuring Our Future: The 2021 Scorecard on Insurance, Fossil Fuels and Climate Change presentato oggi a Glasgow dalla campagna Insure Our Future di cui fanno parte anche ReCommon e Greenpeace, ha un atteggiamento ambiguo. Secondo il rapporto, che classifica le 30 principali compagnie assicurative a livello mondiale valutando le loro policy in tema di investimenti in combustibili fossili, le compagnie di assicurazioni non fanno abbastanza. Si stanno progressivamente allontanando dal carbone (dal 2017 ben 33 compagnie assicurative hanno ritirato il proprio supporto al combustibile fossile con il maggior impatto sul clima), ma continuano a investire su petrolio e gas.

Accanto a questo registro in cui scorrono trilioni di dollari potenziali, a Glasgow si gioca però un’altra partita economica: occorre mettere mano subito al denaro reale per gli investimenti immediati. Cifre più modeste, ma che servono a dare credibilità al processo. Su questo fronte sono entrati in scena a Glasgow i rappresentanti dei maggiori capitali globali. Bezos ha promesso 2 miliardi di dollari per l’Africa. Bill Gates ha partecipato con l’Unione europea e la Banca Europea per gli Investimenti a un’iniziativa per l’innovazione tecnologica a sostegno della transizione climatica: il programma Eu Catalyst, che vale 1 miliardo di dollari.

L’amministrazione Biden – ancora in difficoltà sul mega piano da 1,85 trilioni di dollari che include 550 miliardi per per l’energia pulita e il clima nei prossimi dieci anni - ha deciso di stanziare 3 miliardi di dollari all’anno, entro il 2024, per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad adattarsi ai cambiamenti climatici.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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