Codogno un anno dopo, l'Rsa: "Per i nostri ospiti abbiamo combattuto"

webinfo@adnkronos.com (Web Info)
·4 minuto per la lettura

"Adesso tornerà tutto come prima?". Alcuni ospiti della Rsa Fondazione Opere Pie Riunite di Codogno hanno accolto così la loro prima iniezione vaccino anti-Covid. Difficile dire se basterà questo a togliere la paura dagli occhi degli anziani che hanno affrontato la prova più grande quest'anno. Ma il 6 febbraio, con la seconda dose, si concluderà la campagna vaccinale nella residenza sociosanitaria, poche settimane prima dell'anniversario della scoperta del primo caso in Italia, proprio a Codogno, in provincia di Lodi.

"Per loro pensare di poter vivere anche solo un altro anno è tanto. Erano entusiasti di ricevere l'iniezione", racconta la dottoressa Silvia Caviada. Ora che è (quasi) tutto finito, il bilancio dell'ultimo anno per l'Rsa è di poche luci, molto brillanti, e tanta sofferenza. "E' stato durissimo. Abbiamo fatto tanti sacrifici per i nostri pazienti, che per noi diventano quasi dei familiari. Non ci siamo mai fermati, e nemmeno arresi", rivendica tra le lacrime la caposala Elena Popescu, raccontando all'Adnkronos questi mesi, dove in tanti nella residenza si sono contagiati - compreso il direttore sanitario, Mauro Ferni - alcuni sono morti, ma altri sono anche guariti, come due centenari, che hanno sconfitto il virus tra l'incredulità di tutti.

Il tasso di mortalità del Covid, così elevato tra gli over 80, ha fatto delle Rsa italiane focolai particolarmente gravi. A Milano sono scattate inchieste della magistratura, i familiari delle vittime hanno chiesto giustizia, presentato esposti, e un giudice stabilirà esattamente cosa è successo durante la prima ondata. "La verità è che non è stato semplice affrontare il Covid19, soprattutto all'inizio. Non potevamo nemmeno fare i tamponi, non sapevamo nulla del virus e in ospedale a un certo punto non potevano nemmeno accettare i nostri malati più gravi. Ma le Rsa hanno fatto tanto e trovo ingiusto criminalizzarle", osserva Stefano Boggi, neuropsicologo della Rsa di Codogno.

Con 144 posti letto, un centro diurno e un nucleo Alzheimer, "la nostra è sempre stata una residenza molto aperta, ai familiari, ai volontari, al pubblico. Per noi è stato doppiamente uno shock quando è iniziata la zona rossa. L'isolamento assoluto aveva riflessi su tutto, non solo sugli affetti: non ci arrivavano le forniture della cucina, la biancheria", spiega oggi il direttore generale delle Opere Pie Riunite, Giovanni Grecchi. "Quello che ci siamo sforzati di fare è stato non interrompere né abbandonare mai il rapporto con le famiglie, anche per il benessere dei nostri ospiti". L'isolamento non è facile per nessuno, ma per gli anziani è rischioso anche dal punto di vista della salute.

"Se cambiano umore e diventano apatici, non vogliono mangiare, non vogliono prendere le medicine. E' molto più complesso curarli, ma noi eravamo un Rsa, non un ospedale", racconta Popescu. "Serviva un equilibrio che abbiamo raggiunto a fatica". A molti ospiti sembrava di essere tornati ai tempi della guerra: "Una di loro all'inizio non mi riconosceva con la mascherina e mi mandava via perché aveva paura". Anche la comunicazione non è stata facile: "Gli anziani sentono poco: con le mascherine non potevano più leggere il labiale e questo era motivo di frustrazione", rimarca la dottoressa Caviada.

A Codogno, le video chiamate sono partite subito e la casa di cura ha inaugurato il giorno di Natale una 'stanza dell'abbraccio', fatta di tende e guanti speciali che impediscono il contagio. "Abbiamo modificato la destinazione d’uso di una stanza al piano terreno per utilizzarla a questo proposito", spiega Boggi, che in questi giorni è riuscito a far partire gli incontri. Per parenti e anziani, è stato il primo contatto fisico dopo mesi. Da qualche giorno, ci sono anche due maxi schermi mobili per le chiamate di gruppo e le riunioni di famiglia.

Il momento più emozionante è stato il giorno della Festa della Mamma, domenica 10 maggio 2020, con la prima visita concessa dopo almeno cinquanta giorni di distacco e un vetro a separare i primi sguardi.

"Siamo stati i primi in quell'occasione, abbiamo dovuto chiedere l'autorizzazione in deroga all'Ats. Qualche tempo dopo la stessa Ats li ha resi obbligatori", spiega il direttore generale. Nel momento di maggiore emergenza, l'Rsa è stata aiutata da un medico e un infermiere dell'esercito. "E' stata un'esperienza strana, sono arrivati con un background totalmente diverso da nostro. Abituati alle ferite da armi da fuoco si sono trovati davanti anziani che sembravano loro gravissimi, non respiravano bene, ma tutto sommato erano stabili".

L'incertezza sul futuro è ancora molta: "Anche noi abbiamo avuto difficoltà economiche, sentiamo e sentiremo il peso di questo periodo, di questo grande calo di popolarità delle Rsa, ma è crudele non riconoscere l'impegno degli operatori sanitari", sottolinea ancora Grecchi. L'arrivo dei vaccini e le storie di chi ha superato un virus hanno regalato un lieto fine a dodici mesi vissuti con grande angoscia. "Siamo come una famiglia e il pensiero - ammette la dottoressa Caviada - va sempre a chi non ce l'ha fatta: Ci sono stati ospiti che si sono ammalati e che abbiamo guardato per mesi con apprensione: vederli ora ritornati alla loro normalità, a leggere e a partecipare alle attività per noi è una piccola vittoria".